"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

mercoledì 23 aprile 2014

Shanghai: tutti pazzi per lo shopping!



Di Shanghai mi ero innamorata leggendo un’intervista a Roberto Bolle e restando rapita dalle foto che lo ritraevano intento a eseguire passi di danza dentro una pagoda di legno con panorama su paesaggio bucolico.
Mi ero convinta allora che la città fosse tutta così.

Fatta di legno scuro e di tetti “strani”.
Antiche case da tè e servizi di porcellana cinese.
Atmosfera sospesa e scenario da Memorie di una Geisha, pure se quello era Giappone.
In realtà, il luogo in cui era stato realizzato il servizio fotografico che accompagnava l’intervista era solo il Giardino del Mandarino Yu
scenografica e imperdibile tappa turistica da visitare passeggiando dentro giardini profumati e attraversando ponticelli che collegano un laghetto all’altro.
Solo un aspetto della città, il più lontano possibile da tutto il resto.
Shangai infatti è, almeno in apparenza, una megalopoli in continuo fermento e in costante evoluzione, che con le idee e i suoi edifici 
punta a salire sempre più in alto, ma che allo stesso tempo, sbirciando oltre l’apparenza, si scopre saldamente ancorata alle sue tradizioni.
Quasi in bilico si direbbe.
Della metropoli internazionale e cosmopolita infatti, a parte i grattacieli, ha ben poco.
La sua gente continua a parlare pochissimo l’inglese, anche se nei ristoranti sono lievemente più attrezzati che a Pechino: ai clienti vengono consegnati un foglio di carta con le foto dei piatti e una matita per barrare quello che si intende ordinare….


quando proprio non ci si capisce viene chiamato quello, del gruppo di camerieri, che vanta la conoscenza di una parvenza di lingua straniera e si cerca di comunicare alla meno peggio.
La mentalità dunque è ancora piuttosto provinciale e chiusa.
Poi però la città vanta diversi primati avveniristici tipo la terrazza panoramica più alta del mondo (quella specie di rettangolo in cima in cima al grattacielo), calpestabile al 100° piano dello SWFC (Shànghai World Financial Center),

dal quale tutti gli altri grattacieli sembreranno palazzine di pochi piani
 o il Maglev, 

treno a levitazione magnetica che collega l’aeroporto alla città, distanti 30 km e che viaggiando alla bellezza di 413 km/h copre tale distanza in circa 7 minuti….
Il vecchio e il nuovo, dunque. Il passato e il futuro.
Questa duplicità è presente nella stessa conformazione della città, divisa in due dal fiume  Huàngpu, che la separa anche in due zone diverse: Puxi, a ovest del fiume, dove si estende il Bund
ovvero la lunghissima (e bellissima) passeggiata lungofiume, e da cui parte il centro turistico per eccellenza, 

fulcro di boutique, negozi, ristoranti, locali alla moda e vie commerciali tra le più affollate e sfarzose del paese come la East Nanjing Road
che sfocia in Piazza Rénmìn; e, al di là del fiume, Pudong, il centro finanziario, l’area moderna, dominata dai grattacieli e da avveniristiche passerelle pedonali rialzate, accessibili da scale mobili, che consentono il transito da un luogo all’altro senza dover attraversare strade o schivare automobili.
Qui affonda saldamente nel terreno i suoi tre giganteschi pilastri, la Oriental Pearl Tower,

 torre televisiva che domina lo skyline di Shanghai (cambiando colore a partire dal tramonto 

e diventando teatro di mille giochi di luce insieme agli edifici circostanti)

 e consente di orientarsi: basta infatti prenderla come punto di riferimento che tanto l’unico luogo da cui non è visibile è nei sotterranei della metropolitana.
A collegare una parte all’altra: svariati tunnel pedonali, altri riservati solo alle macchine, la metro che senza accorgersene ferma al di qua come al di là del fiume; inoltre battelli che fanno la spola tra una sponda e l’altra e infine quello di cui i cinesi sembrano andare tanto fieri, vendendone i biglietti in botteghini appositi, ovvero il fantasmagorico Bund Sightseeing Tunnel, talmente futuristico che non si può spiegare: bisogna provarlo!
In sostanza: si sale su un trenino che sfreccia all’interno di un tunnel pieno di luci abbaglianti, raggi laser, effetti stroboscopici, pesci luminosi che nuotano sulle pareti del tunnel a ricordare che ci si trova sott’acqua, il tutto accompagnato da musiche gravi e rumori parossistici, che pare di essere in una pseudo casa della paura nel Luna Park più sfigato del mondo.
Ma in effetti si sta solo passando da una riva all’altra del fiume: tanto vale servirsi di un normale traghetto o arrivarci comodamente in metropolitana, che tanto non si perde niente.
A unire le due parti della città però, un unico filo conduttore: la mania per lo shopping selvaggio evidente nella presenza di innumerevoli mercati, negozi, magazzini, boutique di lusso e immensi centri commerciali, sia cinesi, sia occidentali

Quelli cinesi sono enormi bazar disposti su più piani, suddivisi per articoli e abitati da intere famiglie che ne gestiscono i singoli negozietti. Non è raro infatti vedere bambini giocare e rincorrersi fra gli stand di abiti o adulti mangiare tutti insieme su tavoli rimediati.
Affascinante però immergersi nella realtà di questi centri commerciali più caserecci ma in cui è possibile trovare veramente di tutto, anche l’inimmaginabile.
A patto però di contrattare fino allo sfinimento!
In maniera meno enfatica che nei paesi arabi infatti, l’arte di sparare prezzi triplicati rispetto a quelli veri, qui è universalmente praticata tanto che i venditori si presentano già armati di calcolatrice chiedendo al cliente di dichiarare il suo “Last Price”. Difficile avere un’idea del prezzo reale di un oggetto, ma vale sempre la stessa regola: quando ti lasciano andare via senza rincorrerti vuol dire che si è arrivati al limite oltre il quale non si può scendere…
Sia nei bazar, sia nei centri commerciali, sia soprattutto per le strade inoltre si è costantemente affiancati da personaggi che, sottovoce e aria di cospirazione, chiederanno di cosa abbiamo bisogno: Tshirt? Watches? Handbags? Basta seguirne uno per entrare nel mondo del contraffatto e dei grandi brand a prezzi (quasi) stracciati, casomai non fossero sufficienti tutte le merci esposte.
Lo shopping a Shanghai si effettua in modi talmente vari che è impossibile sottrarsi alla tentazione di fare almeno un acquisto.
Indispensabile munirsi di una guida per andare a colpo sicuro in base a ciò che si sta cercando: esistono centri commerciali dedicati a un unico articolo o mercati specializzati, assolutamente da non perdere.
A fare da contorno a tutto ciò, casomai non se ne avesse ancora abbastanza: fiumane di bancarelle che costeggiano ogni angolo di strada. Mercatini improvvisati, venditori ambulanti presso i quali vale sempre la pena di dare un’occhiata (che magari non si sta cercando niente ma qualcosa si trova sempre!).
Se poi, proprio non se ne può più di saldi e offerte speciali, contrattazioni e battaglie per strappare il prezzo migliore, basta salire in metropolitana e allontanarsi della città per raggiungere la vicina Qibao,

 minuscola cittadina fatta di vicoli stretti e un po' affollati

che si intrecciano intorno a un pittoresco canale solcato da imbarcazioni. Preparatevi però anche qui alla presenza di qualche bancarella, soprattutto di cibo.

Ma per ritemprare lo spirito vale la pena fare un salto al Tempio Long Hua

dove tra marzo e aprile si svolge il più grande e antico raduno della Cina Orientale e i cortili si riempiono…indovinate un po’? di bancarelle!
Al di fuori di questo periodo però, tutt’al più ci si potrà imbattere in una festa popolare con dragoni, sculture di cartapesta e danze tradizionali.

Il capitolo cibo, anche a Shanghai, continua a riservare sorprese enormi: 

si mangia anche meglio che a Pechino e il piatto forte, di cui si rischia l’indigestione per quanto sono buoni è rappresentato dai xiaolongbao, ravioli al vapore copiati un po’ dappertutto ma che solo a Shanghai pare vengano preparati secondo la ricetta originale.
Si mangia per la strada come al solito, andando a  istinto e puntando il dito a caso su ciò che in quel momento ispira di più.
Oppure comodamente assisi in uno dei tanti locali, dislocati all’interno dei centri commerciali, dopo una sessione si shopping sfiancante.
Qualche indirizzo:
-         La catena di Food Republic, dove però prima di gironzolare per i vari stand che propongono cucina tailandese, giapponese, vietnamita, coreana e cinese suddivisa per zone (Sichuan, Hong Kong, Yunnan, Beijing style…) bisogna dotarsi di una carta alla cassa (basta mimarne la forma per averla!!), ricaricarla di almeno 100 yuan e poi ordinare ciò che si vuole semplicemente indicando i piatti esposti. Quello che dei soldi ricaricati non si sarà consumato, verrà restituito alla cassa.
-         Crystal Jade, catena di ristoranti presente in vari centri commerciali, dove si mangia benissimo e dove i dim sum sono fatti al momento e la pasta che racchiude i ravioli è un’esperienza mistica assolutamente da provare.
-         Ma soprattutto: il ristorante Charme, al 4° piano del centro commerciale Hòngyi Plaza (sulla East Nanjing Road, ovviamente), ristorante taiwanese dove, nonostante il nome, si mangia divinamente a prezzi assolutamente contenuti. La cucina è cinese- fusion, con qualche strizzatina d’occhio all’Italia: ravioli cinesi gratinati con pomodoro e mozzarella; noodles con pesce profumati al pesto, e altri felici connubi di questo tipo. Ma è nel capitolo dolci che darà il meglio di sé, fra tradizione,

 innovazione,

ed effetti speciali

Un unico difetto, almeno per le nostre abitudini europee, caratterizza i ristoranti di questa città: tutti, indistintamente chiuderanno alle dieci, sia in giorni infrasettimanali che di sabato e domenica, ma basta ricordarsene e tenerne conto nella pianificazione della giornata.
Cinque giorni totali di permanenza in questa pazza città: a posteriori ne sarebbero bastati anche meno.
Ma come per Las Vegas o per Dubai, il divertimento è assicurato e le luci (al neon) continueranno a brillarvi e scintillarvi negli occhi pure quando li chiuderete per dormire.



Per raggiungere l’aeroporto (internazionale questa volta) ovviamente scegliamo il Maglev, e l’orario in cui raggiunge la velocità massima (tra le 9 e le 12).
Nemmeno il tempo di sederci e siamo arrivati.
Altro aereo, altra corsa, ma questa volta, anche se non sembra, fuori dalla Cina: destinazione Hong Kong.




martedì 15 aprile 2014

Pechino: due cuori e un Hutong


Pensare a Pechino come a una città romantica era l’ultima cosa che mi aspettassi.
Eppure io l’ho percepita esattamente così.
Una città immensa, con cui già dall’aereo, e molto prima che tocchi terra, inizi a prendere le misure, cercando di abbracciarne i confini e perdendoti invece nei  suoi agglomerati di palazzi e immensi quartieri periferici, che la pista d'atterraggio pare esserne stata inghiottita.
Pur sconfinata però alla fine il suo cuore è racchiuso in una pianta ordinata e schematica al centro della quale svetta la smisurata Piazza Tian’anmén racchiusa (si fa per dire) fra i due imponenti complessi della Città proibita, ben isolata dal resto della città da un fossato largo 52 metri
e del Mausoleo del Presidente Mao.
Una buona mezza giornata per visitare la prima. La solennità del sito, residenza degli imperatori Ming e Qing,  interdetto ai comuni cittadini per ben 500 anni (ecco perché “proibita”!), fino alla fondazione della Repubblica, è evidente già nello schieramento delle guardie all’entrata,

davanti alla imponente Porta della Pace Celeste su cui campeggia un enorme ritratto di Mao Zedong.
Appena dentro si ha la sensazione di trovarsi nel film di Bertolucci e di vedere spuntare da un momento all’altro la sagoma del piccolo imperatore,

 suggestionati forse, anche dai nomi dolci ed evocativi di tutti gli edifici che la compongono: il Palazzo dell’Armonia Suprema (e a seguire quelli dell’Armonia Protetta e Perfetta); quello del Nutrimento dello Spirito, fino ad arrivare al complesso dei 10 piccoli templi buddisti, con il loro Padiglione della Pioggia dei Fiori e quello delle Nuvole profumate.
Davvero un tuffo nel passato, immersi in questa residenza degli imperatori che solo girandola a piedi rivela il senso vero del suo nome: le distanze sono abissali, è propria una città nella città.

Una volta fuori, diversi controlli di metal detector attendono i visitatori prima di poter accedere alla Piazza simbolo di Beijing e una volta oltrepassatali tutti, al suo interno si è comunque circondati di polizia, guardie di vario genere, e militari addestrati a marciare in modo da compiere esattamente 108 passi al minuto della lunghezza di 75 cm ciascuno….tanto per non lasciare proprio nulla al caso.

Non si sono panchine, a evitare che ci si fermi troppo a lungo.
Molto difficile invece accedere al Mausoleo, per le enormi file che si snodano davanti all’entrata, specie dalle 8 alle 12 quando espongono la salma del presidente.

Ci accontentiamo di vedere la struttura da fuori e girandole le spalle ci accorgiamo che Piazza Tian’anmén è talmente grande e lunga che da dove ci troviamo riusciamo a malapena a scorgere la sagoma della dirimpettaia Città Proibita!

Non per niente è la piazza pubblica più grande del mondo con i suoi 440.000 metri quadrati.
Ma forse sarà anche colpa dello smog, evidente nell’alone denso che sembra circondare il sole già alle 10 di mattina…

Gli Hutong invece sono i vicoli storici (in gran parte andati distrutti nel fervore ideologico degli anni 50 e 60 e successivamente recuperati) dove sorgono le antiche case a corte, molte delle quali oggi trasformate in b&b e piccoli hotel dal fascino irresistibile.
Quasi tutti, secondo i principi del Feng Shui, corrono da est a ovest, in modo che la porta principale delle case sia rivolta a sud e ci si assicuri in questo modo l’esposizione al sole e la protezione dalle forze negative provenienti da nord.
Una di questa era la “nostra”, piccola oasi di pace all’interno di un microcosmo pullulante di mezzi e persone.

Incredibile come nel gioco di casette e cortili che si snodano uno dentro l’altro non arrivi nemmeno l’eco di tutto il trambusto esterno.

Un letto tradizionale cinese, 
la veranda tutta per noi.

(per chi volesse farci un pensierino: Courtyard 7, No. 7 Qian GulouYuan Lane, Dongcheng District, Beijing; www.courtyard7.com; volendo, per 220 yuan – approssimativamente 25 euro – vengono a prendervi direttamente in aeroporto e come primissimo impatto con la città e con la folla degli hutong , specie se, come nel nostro caso, questo avviene di sabato pomeriggio, è una soluzione straconsigliata! Verrà a prendervi con la macchina, un tizio che si esprimerà a gesti, non parlando mezza parola di inglese, ma sarà in grado di condurvi sani e salvi fin dentro il cuore pulsante dell’hutong principale, scaricandovi armi e bagagli in un angoletto in cui avrete l’impressione di essere stati catapultati in un formicaio impazzito dove non c’è neanche lo spazio per cadere, ma dove entro pochi minuti correrà a prelevarvi un addetto della reception per condurvi fuori dalla bolgia infernale… perchè in certi punti si arriva solo a piedi!)
Tutto intorno, oltre il muro del cortile: negozietti alternativi, che vendono di tutto, dai peluche giganti al formaggio mongolo.
Localini in cui mangiare, piccole caffetterie, bancarelle di studenti che il sabato e la domenica vendono abiti usati, oggetti fatti a mano, cinture, cappelli, sculture di latta e fiori all’uncinetto.
E poi gli adesivi: interi pannelli di adesivi (dai personaggi dei cartoni animati ai disegni stilizzati) che paiono riscuotete un successo senza pari tra bambini e adulti.
L’hutong più famoso è Nan Luo Gu Xiang, “Vicolo Sud del Gong e del Tamburo” , teatro, dal pomeriggio fino a sera inoltrata, di uno struscio continuo di giovani che passeggiano, mangiano, fotografano, si divertono a curiosare fra bancarelle e negozietti.
A rendere romantica l’atmosfera di Pechino è innanzitutto la sua aria antica, la tradizione che trasuda da ogni oggetto e l’impronta delle dinastie che l’hanno dominata che traspare da ogni particolare architettonico.
Il senso di pericolo o disagio nel camminare in una città sconosciuta e tanto distante dalla nostra cultura non ci sfiora nemmeno alle 11 di sera, con l’illuminazione scarsa quando, calcolando male le abissali distanze, camminiamo per oltre un’ora per tornare all’ovile.
Romantici sono gli innumerevoli parchi di cui è disseminata (e peccato per il clima) e in cui si rivela piacevole trascorrere anche un’intera giornata, semplicemente passeggiando o ascoltando una canzone dopo l’altra, perché tante persone in questa città paiono amare la musica e ascoltarla da piccole radioline portatili, in un’allegra condivisione e commistione di note.
Altro che auricolari e Mp3!
Basta una visita al Parco Beihai, in gran parte occupato dal “Mare del Nord”, ossia un lago ghiacciato in inverno e punteggiato di fiori di loto in estate, per rendersene conto.
Oppure è sufficiente decidere di andare a visitare l’imperdibile Parco del Tempio del Cielo

comprensivo di tanti altri edifici dai nomi evocativi come il Padiglione del Macello degli animali, il Tempio della preghiera per un buon raccolto, il Muro dell’Eco e via dicendo.
E poi sono i nomi dolci e armoniosi con i quali viene indicato ogni luogo e ogni oggetto.
Non semplici nomi, ma vere e proprie definizioni in cui entrano in gioco qualità e caratteristiche ben precise.
Evidenti e significativi soprattutto nel caso dei templi buddisti, taoisti e confuciani.
Il nostro primo impatto con la pratica della fede buddista è quello all’interno dello splendido Tempio dei Lama, il più famoso dei templi buddisti tibetani che sorgono al di fuori del Tibet, luogo di culto ancora attivo e fortemente suggestivo soprattutto capitandoci di domenica quando è pieno di gente che viene a pregare, e tributare offerte in incenso, mele, biscotti, bottiglie d’acqua deposte con fervore davanti alle varie statue, dislocate nei diversi templi che, gradualmente, conducono a quello finale, con una statua di Buddha, alta 18 metri, scolpita in un blocco unico di legno di sandalo.
Davanti all’imponenza e alla ricchezza di questi templi pare un po’ impallidire il vicino Tempio di Confucio, che è comunque interessante visitare, se non altro per il confronto.
Altra intera giornata richiede la visita accurata di quel luogo bucolico che è il Palazzo d’estate, residenza estiva per l’appunto, della corte imperiale.
Noi ce lo siamo girato in lungo e il largo, senza trascurarne nemmeno un angolo, scarpinando tutto il giorno per circumnavigare il Lago Kunming,
(in cui è attraccata perfino una barca di marmo 
e si estende un glorioso ponte a 17 archi)
 e andando su e giù per la Collina della Longevità (...di chi sopravvive alla fatica di scalarla tutta)

disseminata di templi buddisti, 

per raggiungere i quali tocca mettere in conto pure ripide scalinate

 e lunghi ma fascinosissimi corridoi in legno.

La vista da lassù in ogni caso ripaga di ogni sacrificio!
L’unico aspetto che forse stride leggermente con tutto questo romanticismo e l'aura altamente scenografica è forse quello che pare essere lo sport nazionale di questo popolo, indifferentemente praticato da uomini e donne in qualsiasi luogo e circostanza si trovino: lo sputo a terra!
Veri e propri allenamenti preceduti anche da sonore pratiche espettoranti che costringono a guardarsi le spalle mentre si cammina e insegnano a essere lesti nello schivare e soprattutto nel decidere da che parte spostarsi...perché potrebbe essere quella sbagliata! 
Ma è questione di cultura, e dopo qualche attimo di perplessità ne prendiamo atto.
Tutti i nostri spostamenti li abbiamo fatti in metropolitana, facile e comoda da prendere, a parte dover passare al metal detector zaini e borse ogni volta che vi si accede.
L’unico caso in cui ci siamo affidati a una macchina con autista è stato (a parte all’arrivo, concordato via mail) quando siamo andati a visitare la Grande Muraglia

scegliendo il sito di Mutianyù (anziché quello più turistico e frequentato di Badàling) a 90 km dalla città e le Tombe dei Ming, escursione di un’intera giornata con un tizio (ovviamente cinese) estremamente discreto col quale, a parte cenni di saluti col capo, a ogni fermata, scambiavamo informazioni pratiche ed essenziali tipo “ci rivediamo fra 3 ore”, non a parole ma indicando il tempo sul quadrante dell’orologio.
Più tanti sorrisi e svariati cenni di assenso, come quello rivolto al nostro stupore di fronte allo stadio a forma di nido di rondine, tanto per confermarci che “sì sì, non v’agitate: è proprio lui!
A parte suggestivi siti storici e bucolici prati in fiore però, Beijing offre anche importanti esperienze gastronomiche ai confini della realtà, per vivere le quali basta recarsi nella parte nuova della città, oltrepassare l’occidentalissimo Mall at Oriental Plaza, imboccare decisi la Wangfujing Dajie, la via più alla moda della città, per poi lasciarsela quasi subito alle spalle puntando dritti verso la porta di legno oltre la quale si innalzano fumi e odori dei più vari.
L’odore del chòu dòufu, letteralmente “tofu puzzolente” (una varietà di tofu paragonabile – tanto per avere un’idea - al nostro gorgonzola, ma dall’odore molto, molto più acre) che sfrigola sulle piastre, unito alla visione di spiedini di cavallucci marine, stelle di mare, serpentelli, cicale e altri non meglio specificati insetti, 

inizialmente non aiuterà a lasciarsi andare ad assaggi, 
ma superato lo stupore iniziale, e preso il coraggio a quattro mani, è possibile lanciarsi, gomito a gomito con i cinesi del posto, in esperimenti che regaleranno grande soddisfazione ed estremo piacere:

dalla versione light degli involtini primavera, alle palle di pasta cresciuta con ripieno misterioso ma succulento; dagli spiedini di montone cosparsi di mille spezie al gelato al tè (verde, al gelsomino, alla menta) venduto a ogni angolo di strada passando attraverso gli immancabili spiedini di frutta caramellata

 e tante, tantissime altre prelibatezze.

Lo stesso fascino non lo rivestirà (almeno per noi) il mercato notturno di Donghuamén, versione ripulita e più turistica del primo.
Per il resto, seduti comodamente in localini spartani e dal fascino, diciamo così, un po’ retrò, dove con 7 euro in due mangi, bene e a sazietà, abbiamo provato, di volta in volta, l’ebbrezza di:

- quelli che a posteriori sono stati decretati come li mejo ravioli di tutto il viaggio, presso un tizio di cui purtroppo non ricordiamo il nome:
una cuccumella enorme di ravioli, da sfamare un esercito, al costo irrisorio di 1 euro e 50! Saporiti, succulenti, brodosi e dal ripieno indimenticabile.

- spaghettoni fatti a mano di Lanzhou, che sono spaghetti di soia solo molto più spessi, conditi variamente (nel nostro caso con gamberi, pollo e bambu)

- la specialità del posto, ovvero l’anatra dalla pechinese servita con una serie di ammennicoli vari come cipolla fresca, cetrioli e carote a julienne, più una salsa densa di colore marrone scuro dal sapore piuttosto impegnativo e una pila di sottilissime “piadine” in cui arrotolare il tutto.
 L’anatra è squisita, si scioglie in bocca e ha un sapore veramente gustoso, di tutto il resto si può tranquillamente fare a meno.

- un misto di funghi cinesi che, a parte la difficoltà di prenderli su con le bacchette, abbiamo trovato buonissimi

- e poi zuppe varie

- e  noodles di vario e  vasto genere come se piovesse
Ma non solo: anche la scoperta di un negozietto di questo tipo,

con conseguente assaggio di biscotti 

e tortine scelte puntando il dito a caso.

 E menomale che i cinesi non mangiano dolci! Ma scopriamo subito che niente qua è come sembra e anche i biscotti, anche le tortine sono dolci solo in apparenza: ripiene perlopiù di frutta, secca e fresca, pasta di sesamo, semi vari, di zuccheroso conserveranno giusto un lontano sentore e l’aspetto ingannevole.
Pechino è sicuramente molto più economica per mangiare rispetto a Shanghai, dove i prezzi si alzano anche se di poco e soprattutto a Hong Kong dove i costi si avvicinano molto a quelli occidentali.
 Sei giorni vissuti molto intensamente attimo dopo attimo e terminati con un viaggio in metro verso l’aeroporto nazionale e un volo prenotato con la China Eastern Airlines, compagnia che, dopo la duplice esperienza, ci sentiamo assolutamente di consigliare: puntuale ed efficiente, aerei enormi e supercomodi (i cui passeggeri erano perlopiù uomini d’affari in viaggio di lavoro), anche per una tratta così breve e soprattutto: la sorpresa di vedersi servire un pasto completo anche se nello spazio temporale di nemmeno due ore di volo. Noodles ovviamente…e perfino un cornetto gelato (sorta di cuore di panna cinese) prima di atterrare!!
Destinazione Shanghai….e un’altra avventura ci aspetta!




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