"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

martedì 23 agosto 2016

Studi sociologici - Tortino di patate, zucchine e cipolle


Il bello dell’estate, a parte il mare, il sole, la pennichella e il cocomero, è vedere le case dei vicini finalmente animate.
Riaperte per l’occasione dopo un lungo inverno di abbandono totale e tirate a lucido per accogliere più ospiti possibile.
Nella villetta accanto alla nostra sono arrivati a stare perfino in 12.
 Più un cane!
Il passatempo preferito dell’amato bene è cercare di indovinare dove e come si sono sistemati per la notte.
Che passi pure per la tavola e dove si mangia in 4 si mangia pure in 25, ma la casa è speculare alla nostra e lo spazio è quello:
Due stanze, un cucinino, un salotto di discrete dimensioni, due bagni e un piccolo giardino.
Via alle scommesse.
È arrivato a ipotizzare che le bimbe più piccole vengano sistemate sui due water e legate con una cintura in modo che non cadano quando sopraggiunge il sonno.
Come in aereo.
Ma no, intervengo io, allora: le due coppie si sistemano ognuna in una stanza.
La coppia più giovane si porta dietro le due gemelline.
Si e dove le mettono che in queste camere c’entra si e no un letto matrimoniale?- obietta lui
Tolgono i comodini e aggiungono un lettino – azzardo pensando alla rete che per tutto l’inverno ho visto abbandonata sul balcone e ora improvvisamente sparita.
(Sul quale magari dormono in due, una da capo l’altra da piedi).
Rimangono quindi in tutto tre nipoti, un nonno e il cane che si sistemeranno sui vari divani letto-sacchi a pelo-brandine dislocati in salotto.
ma…niente me ne mancano comunque sempre due, che davvero non saprei in quale anfratto pensare di collocare.
Non meglio identificati esseri di genere maschili, sulla ventina, che si ipotizzava potessero essere i fidanzati delle nipoti più grandi fino a  quando li abbiamo sentiti invocare zio, zia e nonno, identificandoli quindi come altrettanti nipoti.
‘ndo se metteranno?
ma soprattutto
quanti so'?
Per fortuna, all'interno della tribù, sono tutti abbastanza educati e a loro modo contenuti.
A parte la passione di una delle mamme per Claudio Baglioni e i suoi improvvisati karaoke a ugole spiegate.
A parte il cane che abbaia ogni qualvolta si alza una folatina di vento unendosi al coro di voci (senza riuscire a sovrastarlo).
A parte che dalle 19 in poi c’è la processione a farsi la doccia (in giardino) con conseguenti schiamazzi, scie odorose di saponi e bagnoschiuma, via vai di phon, asciugamani, mutande, ciabatte e cotton fioc oltre la siepe. 
Pratica che, vista l’affluenza di gente, si protrae fino a ben oltre le ore 21.
A parte che il sabato sera invitano altra gente e ordinano le pizze e alla fine pure in giardino signori miei, solo posti in piedi.
E niente, il bello dell’estate è anche questo. 
Che prima o poi finisce.

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Un esperimento, un tentativo sulla scia di quello invernale a base di zucca. Talmente riuscito che perfino mio fratello, che non mangia zucchine, se ne è prese due porzioni!
Ho fatto un errore madornale di cui mi sono resa conto troppo tardi (ma facilmente ovviabile): ho messo i pistacchi (interi) prima di infornare la teglia e quelli si sono giustamente semi-carbonizzati. Ma per fortuna ho potuto rimediare avendone messi da parte una bella manciata. E siccome i pistacchi sopra ci stanno veramente bene, il consiglio è quello di tritarli e metterli sul tortino solo una volta sfornato ;-)


Ingredienti (per 6-8 persone)
5 zucchine romanesche
2 patate grandi
2 cipolle bianche
50 gr di pecorino romano
1 mazzetto di basilico
2 manciate generose di pistacchi
Pangrattato (io di farro ottenuto da pane raffermo tostato in forno e tritato)
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe (facoltativo)

Procedimento
Tagliare le patate e le cipolle a fette molto sottili; le zucchine un po’ più spesse.
Ungere una teglia e riempirla a strati in questo modo:
patate/sale
cipolle/sale
zucchine/pecorino/abbondante basilico tritato/olio



proseguendo in questo modo fino a esaurimento degli ingredienti (o quando si arriva la bordo della teglia…).
Terminare con uno strato di patate e cospargerlo di pangrattato.

Completare con un giro di olio e  infornare a 180° per circa 30 minuti o fino a quando inserendo una forchetta nel tortino questa non incontrerà resistenza.
Una volta fuori dal forno spolverizzare il tortino con la granella di pistacchi e lasciare raffreddare completamente prima di servirlo.





martedì 16 agosto 2016

Sorpresa in codice - Crostata di yogurt con crema di soia e frutta



Dunque è andata che il 13 agosto mi sono svegliata, come da abitudine ormai consolidata, rigorosamente per ultima.
A sole già alto e posti auto fronte mare già esauriti da un pezzo.
La colazione pronta in veranda, con le fette pure già spalmate di marmellata.
Sì, se avessi trovato pure una bomba alla crema sarebbe stato anche meglio, ma lamentarmi non potevo di certo.
Solo che io prima di fare colazione bevo un bicchierone d’acqua e quello sul tavolo non c’era.
Rientro in casa leggermente contrariata, che se devi farmi trovare la colazione pronta non puoi dimenticare certi dettagli, ed è allora che accanto alla macchina del caffè scopro il primo regalo della giornata!

Già che ci sia un biglietto allegato mi pare un miracolo.
Che la busta sia regolarmente comprata e non fabbricata con carta di giornale/busta del supermercato/involucro delle uova/sacchetto di KC1 con ancora residui di calce all'interno è fonte di ulteriore stupore.
Che si tratti di una cosa così voluminosa poi accende tutte le possibili lampadine nella mia testa.
Nessuna però decisiva.
Posso aprirlo subito o devo aspettare stasera?
E non è che mi sconsigli di farlo, lascia a me la scelta.
Siccome però oltre che smodatamente curiosa sono anche atterrita da quello che, conoscendo lo spirito burlone del tizio, la busta potrebbe contenere, forse è meglio scartare il regalo subito in privato, verificare, ed eventualmente decidere con calma se condividerlo con gli ospiti durante la serata.
Magari posso pure indossarlo.
Sarà un vestito?
Un paio di scarpe?
Leggero è leggero.
Forse un pareo!
Ma le supposizioni si sprecano e intanto la busta svela una scatola che mi pare quella di una camicia.
Da uomo.
Decido di partire dal biglietto, ma è oltremodo, stranamente, serio e profondo.
Sul tema del tempo: le fatiche del passato da lasciarsi alle spalle, il futuro da guardare con fiducia e ancora il mistero fitto su questo regalo però pensato esclusivamente per me, con tutto il cuore.
Piango.
Ma intanto scarto.

Un trito di fogli mi accoglie sornione.
Allora scavo e trovo una busta.

Apro e ne trovo un’altra.

Apro e ne trovo un’altra ancora (intanto verifico che pure in tedesco abbia scritto bene)

Riapro e trovo l’ultima (Nel frattempo revisiono: pure i cuori ha disegnato discretamente)

Che contiene una serie di fogli, con sagome di vario tipo ritagliate a mo’ di origami.

Fogli scritti.
Ricompongo il puzzle ma il mistero non si svela ancora perché le scritte sono…in codice!
Un codice a noi noto e piuttosto semplice, di quando da fidanzati ci scrivevamo fiumi di lettere così (con coraggio, fantasia e tanto tempo da perdere!) ma io mi ci impiccavo allora, arrendendomi di solito alla prima parola, e continuo ad arrovellarmici adesso che fremo e voglio sapere e non ho intenzione di stare qua mezza mattinata a decifrare.
Che cos’è?
Il mutismo ostinato dell’amato bene non lascia spiragli.
Devo cavarmela da sola.
Dunque mi armo di alfabeto per decrittare e comincio lo studio.
Il titolo già promette molto bene:
Programma di viaggio o, in alternativa, Sagra del carciofo
(a mia insindacabile scelta)
Capisco che è un viaggio prenotato per aprile 2017, presumibilmente nel periodo in cui si svolge la Sagra di cui sopra di cui sono un’accanita fan.
Uh, bello.
Sorrido a denti stretti pensando a quei 5 giorni in Spagna di cui s’era parlato nemmeno un mesetto fa.
Certo che però poteva pure scegliere un altro periodo mannaggia a lui: giusto quel fine settimana?
Ma proseguo coltivando dentro la speranza che si sia sbagliato e magari la minivacanza-regalo non capiti proprio a cavallo del weekend carciofesco.
Che poi ammazza: cinque fogli di programma, per un weekend lungo, mi paiono eccessivi.
Ma sicuramente si sarà voluto divertire e avrà stilato un programma superdettagliato per farmi friggere il più possibile nella mia curiosità (e smadonnare con l’alfabeto segreto).
Sillabando come una disperata leggo: Volo Finnair da Roma Fiumicino delle ore undici:quarantacinque (perché anche i numeri sono tutti scritti in lettere!) per He….He…lsi..n…chi.
La kappa non c’è nell’alfabeto, ho dovuto scrivere ch.
Helsinki!
Caspita, mi ha stupita.
Anziché la Spagna ha scelto il Nord Europa.
Magari facciamo i fiordi norvegesi?
Le repubbliche Baltiche??
Continua a tacere.
Ma certo la prima frase, relativa alla data di mercoledì 17 aprile 2017 effettivamente non è terminata.
Continuo a tradurre.
Volo Finnair delle ore diciannove:venti per….O…sa…ch…a
Che d’è?
E ho bisogno (a parte di sedermi e bere il bicchiere d'acqua per il quale ero entrata in cucina) di tradurre il programma del giorno successivo per comprendere a fondo che anche questa città misteriosa è solo uno scalo, seguito dall’orario della partenza di un treno diretto a Chioto.
Chioto?
Beh, non c’è nemmeno la ipsilon nell’alfabeto.
Kyoto.
Kyoto!!!!
Spiccico definitivamente gli occhi e mi affanno nel resto della lettura.
Per la quale impiego la bellezza di 45 minuti, non uno di meno, al termine dei quali però mi si svela nella sua interezza il fiabesco itinerario di 15 giorni in giro per la terra nipponica con partenza da Osaka e approdo finale a Tokyo.
Salto e zompetto dimenticando acqua, colazione e Sagra del carciofo.
Quindi chiedo i dettagli, scoprendo che alla pratica prenotazione di voli/alloggi/treni come a quella di stilare l’intero programma in uno stupido ma affascinante alfabeto segreto stava cospirando e lavorando da marzo.
Tutto in segreto
Tutto da solo.
Ho capito due cose:
1) che non è poi così male compiere 44 anni.
2) che per questa volta posso anche rinunciare alla Sagra del carciofo.



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La frolla allo yogurt non è una scoperta attuale: la conoscevo e mi piaceva. Quella con yogurt di soia ai mirtilli però sì: ed è stata per me una grande scoperta. Perché regala al dolce un profumo unico. La crema a base di latte di soia non ha nulla da invidiare a quella pasticciera preparata con latte vaccino. La frutta di stagione, specie le more raccolte direttamente in giardino, fa il resto.

Ingredienti (per uno stampo da 26cm)
Per la base:
350 gr di farina di farro
100 gr di zucchero grezzo di canna
75 gr di yogurt di soia ai mirtilli
75 gr di olio di semi
2 uova
1 bustina di vanillina
½ bustina di lievito
1 pizzico di sale
Per la crema:
500 ml di latte di soia al naturale
3 tuorli
80 gr di zucchero di canna
40 gr di amido di mais
1 bustina di vanillina
Per farcire e completare:
frutta a piacere (io ho utilizzato mirtilli, more, ribes, uva e palline di anguria)
1 bustina di gelatina per torte


Procedimento
La base, come la crema, può essere preparata comodamente il giorno prima ma consiglio di assemblare tutto il giorno in cui la torta deve essere consumata.
La crema andrà conservata in frigo e la torta in un portatore o su un vassoio, coperta da carta stagnola.

Partiamo dalla base: setacciare la farina con il lievito e la vanillina. Unire lo zucchero e un pizzico di sale; mescolare e creare un cratere al centro in cui versare le uova, l’olio e lo yogurt. Impastare prima con la forchetta poi a mano fino a formare un panetto compatto ed elastico.

Stenderlo su un piano con un matterello, disporlo in uno stampo ben oliato e bucherellarlo con i rebbi di uan forchetta. Coprire con un cerchio di carta forno quindi cospargere di legumi secchie  cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 20-25 minuti (gli ultimi 5 minuti ho tolto carta e legumi e infornato nuovamente la base senza niente sopra perché mi sembrava ancora un po’ morbida). Lasciare raffreddare bene prima di togliere dallo stampo.
Nel frattempo preparare la crema: mettere i tuorli in un tegamino che poi andrà sul fuoco e mescolarli allo zucchero con l’aiuto di una frusta. Incorporare l’amido di mais insieme alla vanillina continuando a mescolare, quindi il latte di soia a filo. Cuocere su fuoco moderato mescolando spesso finché non si addenserà, dopodiché rovesciarla in una ciotola e lasciare raffreddare completamente.

Assemblaggio: ricoprire la base di crema e decorare a piacere con la frutta preferita. Seguire le istruzioni sulla confezione di gelatina per prepararla, ricoprirla completamente  conservare in frigo fino al momento di servirla.

giovedì 11 agosto 2016

Spinosi trascorsi – Fusilli integrali di Kamut con peperoni e olive



Il rinvenimento di oggetti personali imbarazzanti prosegue senza sosta.
E niente, quest’estate va così: tra scatoloni, tappeti da arrotolare, scatole da riaprire per poi non averlo voluto mai fare.
Tra le innumerevoli cose riemerse dall’opera di revisione totale cui è sottoposta l’ormai ex casa dei miei, posso vantarmi di poterne annoverare veramente di ogni tipo.
Alcune condivise con mio fratello; altre, che sarebbe preferibile tacere, solo mie.
Dalla roba della primissima infanzia a Roma, prima di diventare expat in erba, alle cose di Berlino, alle cose di Jeddah, fino a quelle del ritorno a Roma e della breve parentesi vissuta nella capitale, in una catasta di ricordi da non sapere dove guardare
(o dove voltarsi per non doverlo fare).
Che poi io mi chiedo il  senso vero della storia di tutta questa roba che fino a un certo punto ha viaggiato svariate volte su e giù per il mondo.
Resistendo per 40 anni a traslochi transcontinentali e stazionamenti in container bloccati alle varie frontiere.
Evidentemente si inaugura un nuovo ciclo di vita, e tutta questa roba ora, in un semplice e lineare trasloco nell’ambito dello stesso piccolo paesello, non ha più senso portarsela dietro.
Si è fatta improvvisamente fardello, impiccio, laccio stretto, laddove prima era punto fermo, radicamento, senso di appartenenza a qualcosa che sembrava sempre sfuggire.
Come per esempio un posto definitivo in cui abitare e riconoscersi.
E quindi ecco, tacitamente complici tutti e quattro in questa opera di alleggerimento generale, stiamo pazientemente passando al vaglio ogni singolo oggetto.
In una tabella di marcia serrata ma anche ben organizzata.
Con ruoli rigidamente definiti.
Chi ha la buttarella facile (tipo mio padre) viene escluso dalla cernita e chiamato a intervenire solo dopo l’accurata selezione per la destinazione finale: secchione/caritas/mercatino dell'usato/nuovo scatolone da traslocare.
Parimenti, chi manifesta sintomi di attaccamento esagerato e a tratti inconcludente (tipo mio fratello) viene interpellato solo per determinate cose e aiutato anche a suon di mortificanti ramanzine a farsi una ragione del destino infausto dell’ennesimo oggetto rinvenuto, suo o di qualsiasi altro membro della famiglia.
Messo a  tacere quando solleva dubbi pericolosi, capaci di far franare una montagna di (pseudo) certezze
Ma che sei matta? Butti via il poster scolorito e scarabocchiato di Luis Miguel??
(che sì, zitto va, fosse per me io lo terrei pure)
Oppure aiutato a decidere, per le sue cose, con apposite sedute di terapie di gruppo.
In questi casi è l’amato bene, con la delicatezza e il pragmatismo che gli sono propri, a essere nominato plebiscitariamente, moderatore della serata.
Lui conosce le parole giuste.
Possiede le chiavi per entrare e fare piazza pulita: di emozioni come di eventuali tentennamenti.
Che ce devi fa’ con la vecchia telecamera Betamax de tu padre che manco funziona più e da sola peserà 4-5 kg?
‘Namo, butta via sta roba. ‘Ndo la metti, che c’hai 3 metri quadri de casa??
Poi c’è mia madre, che istintivamente appoggerebbe l’inclinazione a non buttare via niente e poi me la ritrovo che gira per il paese a smistare buste e cartoni tra il centro caritas, la bancarella dei libri usati (presso la quale ha piazzato orgogliosamente l’intera collezione di gialli di Agatha Christie e Georges Simenon) e tutto il novero delle sue amiche, conoscenti, persone incontrate per caso.
Infine ci sono io, che abituata da sempre a fare la parte della dura, sprono chiunque, me compresa, a disfarsi di più roba possibile, salvo poi andare al secchione della carta con uno scatolone di dispense e tornare (segretamente) a casa (mia) con un blocco di fogli sotto il braccio perché ci ho ripensato.
E siccome la questione si protrae da circa un mese, va da sé che di oggetti ce ne sono veramente un’infinità.
Si va dalle 285(mila) audiocassette di ogni sorta e genere, che una volta pareva di non poter vivere senza, ai faldoni di diapositive viste un’unica volta (forse) e poi mai più.
Dalle videocassette in betamax a quelle in VHS di quando in Arabia la televisione locale, in arabo stretto, magari non attirava più di tanto, internet e cellulari ancora non esistevano e allora si portavano o si facevano portare dall’Italia (oltre a copie anche vecchie di Cioè e di Ragazza In), pacchi di film e spettacoli di varietà e cartoni animati e sitcom registrati da qualche volenteroso che si immolava alla causa.
Abbiamo così ritrovato intere collezioni di puntate di Arnold e dei Jefferson.
Dell’Uomo Tigre come di Carletto o de La Corsa più pazza del mondo, per non parlare di tutte e 5 le serate di Sanremo 1980, '81 e '82.
Che in certi casi nessuno era più patriottico di un italiano all'estero e Sanremo era uno di questi casi precipui.
Cassette che si guardavano e si riguardavano. Più e più volte. In attesa che ne arrivassero di nuove.
E questo spiega il motivo per il quale alcuni film sia mio fratello sia io li conosciamo a memoria.
Ci sono ancora bicchieroni di carta giallorossi e decorazioni varie di quando la Roma vinse lo scudetto e i miei, sempre a Jeddah, diedero una grande festa in cui il menu era fatto di pietanze rigorosamente in nuance con i colori sociali e il dresscode altrettanto.
A questa cosa poi si piegarono, sportivamente, perfino amici di altre squadre, che arrivarono abbigliati di improbabili calzoni gialli abbinati a magliette rosso fuoco, tanto perché all'estero in uno di quei certi casi di cui sopra si è italiani e basta. 
Specie intonando cori da stadio o facendo sventolare il tricolore dentro casa, davanti al condizionatore acceso, perchè all'esterno era proibito....
C’è poi il primissimo poster della mia vita, di quando ero ancora nell’età dell’incoscienza, e nemmeno parlavo, fatto di stoffa.

Ormai vecchio, smangiucchiato, macchiato e annerito ha sempre però trovato posto in ogni cameretta di ogni casa che cambiavo. 
Come non fargli almeno una foto per eternarne il ricordo.
Bisogna sperimentare il non attaccamento, diceva la mia vecchia insegnante di yoga.
Ecco e io dopo 40 anni e passa mi sto impegnando seriamente a sperimentarlo, mica no.
Almeno sul piano pratico.
Poi su quello emotivo, dopo averlo accartocciato e buttato al secchio, lasciatemi almeno aggrappare a una foto digitale...
Ci sono –aehm- le bamboline di carta, che disegnavo a migliaia 

tagliando poi le teste (sempre sproporzionate) e appiccicandoci dietro un pezzetto di scotch arrotolato che serviva a “cambiare vestito”.
E le ho ritrovate tutte, eh?
Teste giganti e abitini striminziti.
Roba che più buttavo, più ne uscivano fuori, parendomi questo quasi un segno del destino, un monito a tenerle…
Ma non mi sarei potuta presentare a casa dall’amato bene sconfessando questi e altri segreti.
Che “questi” passino pure, ma gli altri imbarazzanti lo sono per davvero.
(come definire altrimenti il ritrovamento di una gomma da masticare – masticata e presumibilmente sputata- incartata e catalogata a mo’ di reliquia, solo perché appartenuta al ragazzo dietro cui morivo?)
Perché sì, poi è arrivata l’età dell’adolescenza e degli innamoramenti folli.
Ne avevo già parlato diffusamente qui, confessando l'inconfessabile, ragione per cui passerei velocemente oltre.
Non prima però di aver mostrato il mio passatempo preferito di allora.

Ed eccoli i ritagli di giornale,


gli articoli raccolti, schedati e catalogati.
L’album di foto appositamente creato per lui (uguale a quello di ogni altro membro di questa famiglia, cani compresi) che andava dalla prima infanzia ai successi allora conseguiti.
E un titolo, da me apposto, di tutto rispetto
Eros, vita e opere
Roba che mio padre ieri, tirandolo delicatamente su da uno scatolone e porgendomelo con estremo riguardo, non ha potuto trattenere tuttavia un commento sardonico:
Minchia e chi era, Dostoevskij?
Ma io ero pazza di lui, altro che cavoli.
 Ed è per questo motivo che con un certo orgoglio ho salvato un unico ritaglio da tutto il faldone,



Sì signori, eccola qua, in tutto il suo splendore, la foto di Eros Ramazzotti a dieci anni.
Sfido tranquillamente pure l’emeroteca della Nazionale di Castro Pretorio a tirare fuori un reperto simile.

@@@@@@@@


Fra una cernita e l’altra, ho scodellato questa pasta colorata e gustosa. Che per me era una pasta del riciclo, essendomi avanzati dei peperoni dal giorno prima. Ma nulla vieta di cuocerli appositamente e farne volutamente avanzare un bel po'. Io poi l'ho servita calda, ma secondo me deve essere molto buona anche in versione fredda.

Ingredienti
200 gr di fusilli integrali di kamut
1 peperone giallo/verde
1 peperone rosso
1 scalogno
1 spicchio d’aglio
Una manciata di olive nere denocciolate
Un mazzetto abbondante di basilico
2 filetti di acciuga sottolio
2 cucchiai di pecorino stagionato
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe

Procedimento
Mettere in un largo tegame i peperoni lavati, mondati e tagliati a losanghe, insieme allo scalogno affettato sottilmente e allo spicchio d’aglio sbucciato e  leggermente schiacciato. Unire un po’ d’olio, due dita di acqua, sale e far cuocere semicoperto, a fiamma sostenuta, per una decina di minuti. Dopodichè chiudere il tegame e lasciarlo da parte.
Nel frattempo mettere a bollire l’acqua per la pasta, tagliuzzare le olive, tritare il basilico e grattugiare il pecorino. Riprendere i peperoni e, dopo avere eliminato l’aglio, tagliarli a dadini più piccoli, quindi unire le acciughe, il basilico e le olive. Una volta cotta al dente e scolata la pasta, unirla al condimento e ripassarla un paio di minuti. A fuoco spento mantecare con il pecorino, spolverizzare di pepe e servire.





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