"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 17 aprile 2017

Partiamo


Era iniziato tutto così, il giorno del mio compleanno.
Ma poi ho dovuto aspettare anche quello dell' amato bene, Natale, San Valentino, Carnevale, la Sagra del Carciofo e Pasqua.
Sembrava un giorno lontanissimo.
Invece è arrivato! 

...a presto!



martedì 11 aprile 2017

Ricetta per pavimenti (e altre follie)- Biscotti di riso al miele (senza glutine, senza zucchero)



L’incubo più grande per gli operai è stata la nostra estrema pignoleria, anche sulle cose cui normalmente non viene data particolare importanza.
Come le fughe tra le mattonelle, per dirne una.
Di solito sono grigie o bianche; non si viene interpellati per cose più importanti figuriamoci per una bazzecola di questo genere.
E poi chi è che si mette lì con la tirella dei colori (sì, ne esiste una anche per le fughe!) a decidere colore e spessore di quella piccola, insignificante striscia divisoria tra un mattone e l’altro?
Per esempio io. Che sulla faccenda avevo trascorso una mezza (freddissima) mattinata di metà febbraio in compagnia del capocantiere ad accostare piastrelle e valutare sfumature affinché, azzeccando la fuga di colore più simile possibile al pavimento che avevo scelto, l’effetto legno risultasse ancora più evidente.
Ma se metti la fuga della stessa tonalità non si valorizza la mattonella! - era il coro unanime e quasi scandalizzato dei ragazzotti di bottega.
Che mi guardavano scuotendo la testa e compatendomi come meglio potevano
È proprio quello che voglio! Non deve risaltare la mattonella ma l’effetto legno: apparire come una tavola lunga e senza interruzioni. Quindi la fuga – visto che, come mi avete detto, si deve fare per forza perché le piastrelle sono lunghe ‘na quaresima- voglio che si veda il meno possibile.
Poi, conoscendo i miei polli, e sapendo che le parole volano, specialmente quelle ritenute assurde e nemmeno meritevoli di considerazione, io m’ero pure diligentemente segnata il codice di tutti e tre i colori che avevo scelto rispettivamente per bagno, cucina/salone, veranda/giardino.
Ma non te preoccupà, se lo ricordamo!
Difatti si sono ricordati talmente bene che i colori del bagno e della veranda a un certo punto si sono autonomamente scambiati fra loro e tanti saluti.
L’arrabbiatura è stata compensata dalla soddisfazione per il risultato ottenuto invece in cucina (dove il codice, sicuramente per intercessione della divina provvidenza, lo hanno imbroccato), addirittura migliore di quello che avevo sperato e immaginato.
Poi trascorre del tempo.
Quasi due mesi. E arriva il momento di fare anche il pavimento del salone che, essendo un proseguimento di quello della cucina, deve naturalmente contemplare il medesimo tipo di fuga.
Vado a memoria, che tanto me lo ricordo fin troppo bene. Non il codice numerico, ma il nome sì: non posso sbagliarmi, almeno io.
Il quadernetto verde con tutti i miei appunti di questi mesi è proprio lì, ma non ho certamente bisogno di aprirlo.
Piuttosto bisogna allertare loro, raccomandandomi fino all’esasperazione che non sbaglino o, peggio, facciano come gli pare.
Oh, me raccomando regà: il colore delle fughe del salone è “Jasmine”, nun ve sbajate!!
E presa dall’ansia e da una solerzia che manco per i preparativi del matrimonio, glielo lascio pure scritto su post it sparsi variamente sull’intera area di deambulazione.
Il capocantiere, colto da fugace illuminazione, avanza timidamente un dubbio: Ma era proprio Jasmine o Beige2000?
Scherzi?? - lo aggredisco io già sull’orlo di una crisi isterica - Niente sigle, solo Jasmine!
E parte la stuccatura delle mattonelle.
Prima passata.
Seconda passata.
Pulizia finale.
Attesa spasmodica che tutto si asciughi e il colore si sveli in tutta la sua meraviglia.
Gioia incontenibile per la fine di un’odissea: baci, abbracci ringraziamenti e accensione di tutte le luci per vedere meglio.
Certo che queste luci a led sono proprio forti, eh? Troppo! - penso vagamente perplessa guardando e rimirando.
Il pavimento sembra fosforescente per quanto è chiaro. 
In particolare le fughe: bianche, candide, risplendenti quasi di luce propria.
Mi piego, mi abbasso, mi metto di traverso, di taglio, di lungo e di sguincio.
Ma l’effetto è proprio sempre quello: ogni singola mattonella incorniciata da quattro evidentissime righe bianche che la fanno risaltare come meglio non si potrebbe.
Dell’effetto legno nemmeno l’ombra. Risucchiata pure lei dal bagliore accecante delle fughe.
Voglio morire.
Ma non l’avrai scelte troppo chiare, ste fughe? – rincara l’inconsapevole amato bene fino ad allora estraneo a queste sottigliezze ma colpito anche lui, ora, da tanta evidenza.
Prendo il quadernetto con mano tremante, non ho nemmeno il coraggio di aprirlo, quindi lo spalanco di botto, che sempre meglio sapere che morire d’ansia.
Colore fughe cucina/salone: 132 Beige 2000.
Il 130 Jasmine mi era rimasto impresso solo perché aveva un nome carino. Ma non era quello che avevo scelto.
Quindi ora, oltre al pavimento fosforescente, ci troviamo pure due colori diversi in cucina e in salone che confluiscono allegramente l’una nell’altro.
Gli operai che lo hanno fatto, naturalmente, non si sono accorti di niente…
Sento le lacrime pizzicarmi gli occhi, il quadernetto verde guardarmi con sarcasmo e sussurrarmi che me lo aveva detto, la consueta indulgenza verso me stessa faticare parecchio a trovare una parola di conforto al posto dei mille insulti di cui stavolta non può proprio fare a meno di ricoprirmi.
L’amato bene, che ha sempre una soluzione per tutto, si mette subito in cerca di un’idea prima che io mi strappi le vesti e mi abbandoni alla disperazione.
Ed è così che, sabato mattina, genuflessi al cospetto di cotanto orrore e armati di pennellini e straccio bagnato procediamo alla ricolorazione, sissignori, di tutte le fughe, di tutti i 28 metri quadri di salone, una per una.
Dopo varie prove colore troviamo anche la sfumatura più congeniale e quindi prepariamo….5 tazzine di caffè espresso, ben miscelate, da spargere generosamente in ogni interstizio che, data la porosità del materiale di stucco, assorbe in abbondanza.
Poi laviamo tutto e incrociamo le dita.
Una volta asciutto ci fermiamo a contemplare il risultato ottenuto.
Perfetto.
Meglio di 130 Jasmine e comunque assolutamente sovrapponibile a quello.
Tutto chiaro dunque? Non vi piacciono le fughe bianche o grigiastre e volete ottenere una bella sfumatura nocciola, completamente naturale?
Ridipingetele con il caffè! ;-)

(naturalmente gli operai ne sono stati tenuti all’oscuro)


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Pubblicare una ricetta di biscotti in questo periodo di pic-nic e gite fuori porta è come proporre una vellutata di zucca a ferragosto. Ma io sono quella sempre fuori tempo massimo e questi biscotti meritano veramente di essere provati. Li avevo visti da Leti a febbraio, tant'è che si chiamerebbero Biscotti di San Valentino, ma basta mettergli un altro nome e poi capiterà pure, da qui all’arrivo dell’estate un giorno di pioggia in cui, a parte ridipingere le fughe di tutta casa, non sapete cosa fare, no?


Ingredienti

200 grammi di farina di riso finissima
60 grammi di miele di acacia
40 grammi di olio [per me di mais, ma va bene di riso, o di oliva purché molto delicato]
4 grammi di polvere lievitante già dosata e composta da cremor tartaro e bicarbonati (io ho usato 1 bustina di lievito)
semi di mezza bacca di vaniglia (per me 1 gr di vaniglia in polvere)
1 uovo grande bio [60 grammi: è importante che abbia questo peso, altrimenti aggiungete acqua fino a raggiungere tale peso]


Procedimento

Riunire in una ciotola capiente la farina di riso e il lievito. Aggiungere l’uovo, l’olio, la vaniglia e il miele e iniziare a impastare con le mani. Si otterrà un panetto che andrà lasciato riposare in frigo per mezz’ora.
Trascorso questo tempo, accendere il forno a 180°, stendere la frolla con l’aiuto di un mattarello e ritagliare i biscotti a piacere. Non ci sarà bisogno di aggiungere farina, perché la frolla sarà perfettamente lavorabile e non appiccicosa.
Disporre i biscotti su una teglia foderata di carta da forno e cuocerli per circa 10 -12 minuti al massimo.
Lasciare raffreddare i Biscotti ed eventualmente farcirli a piacere.



giovedì 30 marzo 2017

Dimostrazioni pratiche – Ciambellone 12 cucchiai


Questo piccolo giardino non è mai stato un fiore all'occhiello del circondario.
Piuttosto un triste ricovero per piante in agonia.
 Negli ultimi mesi poi, tra polvere del cantiere e attrezzi poggiati di malagrazia direttamente sui teneri virgulti che, nonostante tutto, cercavano di venir fuori da qualche residua radice, l’aspetto generale è quello di un orto assalito da un’orda di cavallette, strapazzato per bene e infine abbandonato al suo misero destino.
Tronchi di ortica si elevano fra la ex pianta di rose e il fu gelsomino siciliano. Rovi intricati avviluppano i fragili rametti di ortensia che, pure, cercano in qualche modo di ricicciare. Selve oscure di specie non meglio identificate ammantano il sottobosco di piantine grasse che vivono, loro malgrado, un interminabile buio polare come manco in Antartide.
E poi garbugli di gramigna, distese di farinello selvatico, nuvole di erba calderina.
In tutto questo magma informe tuttavia, svetta, orgoglioso, l’albero di albicocco e, soprattutto, comodamente incastrata nel suo tronco biforcato, una piantina parassita che ho trafugato l’estate scorsa da una casa abbandonata.
Non so come si chiami né di quali cure necessiti. So soltanto che vive attaccata al tronco di un’altra pianta e tanto basta (a me e a lei).
In estate produce fiori fucsia bellissimi che durano fino a quando non si decide di strapparli via, ormai rinsecchiti e senza più particolare appeal.
Fin dall’inizio dei lavori sono stata chiara con tutti: poggiate i vostri attrezzi dove volete, devastate pure vasi, piante e fiori (come del resto stavano tranquillamente facendo prima ancora che li invitassi a non darsi troppa pena). Agite pure senza riguardi né premure, ma una cosa dovete sempre preservare: la piantina parassita, cui tengo particolarmente.
Che del resto sta per conto suo, sull’albero e manco la dovreste vedere.
Lasciatela lì: non la guardate proprio. Non ve la filate. E soprattutto, abbiate cura che non cada per nessun motivo al mondo: deve rimanere abbarbicata all’albero. Sempre.
Ed è così che la piantina parassita è diventata il pretesto di ogni bonaria presa in giro e l’arma di ricatto di ogni occasione.
Se non ce fai er caffè te famo fori quaa parassita
Aò piove: namo a pià a piantina, portamola dentro, sennò se fracica!
E via di questo passo.
Un giorno della scorsa settimana, tornando a casa dal lavoro, trovo l’amato bene in contemplazione estatica di una veletta in cartongesso realizzata lungo tutti i muri del salotto, a sfioro del soffitto, che nei progetti dovrebbe costituire la dimora delle nostre amate tazze di viaggio.
Hai visto come l’hanno fatta bene? -  commenta rapito
In effetti devo dire che stavolta, caso assai strano, hanno interpretato perfettamente schizzi, spiegazioni dettagliate e disegni al millimetro.
Guarda pure gli angoli, con quei sostegni di metallo piccoli e leggeri.  Mi hanno detto che lì potremmo metterci anche una pianta che scende – prosegue, aggiungendo tutto felice, un attimo prima di mordersi la lingua:
Ecco, sì, sono perfino andati fuori in giardino…. a prenderla per farmi vedere, ehm, come ci stava bene – conclude con la voce di due toni più bassa.
Troppo tardi.
Le antenne le ho già drizzate da un pezzo.
Scusa, quale pianta avrebbero preso per fare la dimostrazione di interior design? – chiedo scartando subito l’ipotesi di ortiche e infestanti varie.
Ehm…beh…quella attaccata all’albicocco, del resto è l’unica un po’ a cascata che abbiamo – tenta invano di giustificarli
Però veramente si erano raccomandati pure di non dirtelo
Nello specifico, scopro poi che avrebbero testualmente detto: “nun lo dì a tu moje sennò c’ammazza”.
 E sì in effetti, devo averli proprio terrorizzati, porelli.

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 Una torta facilissima e soprattutto tanto comoda, non dovendo pesare niente ma limitandosi a contare il numero di cucchiai per tutti gli ingredienti. Ho seguito questa ricetta, variando come al solito farine e tipo di zucchero. Poi, dalla versione al limone si può spaziare attraverso tutti gli aromi del mondo, solo seguendo la fantasia!

Ingredienti
3 uova
12 cucchiai di zucchero (io di canna)
12 cucchiai di olio di semi
12 cucchiai di latte (nel mio caso di avena, ma potete usare quello che avete in casa)
12 cucchiai di farina 00 (io di orzo integrale)
Scorza e succo di 2 limoni non trattati
1 bustina di lievito vanigliato


Procedimento
Rompere le uova in una ciotola e frullarle con lo zucchero e la scorza dei limoni finché non saranno diventate gonfie e spumose.
Unire l’olio e il latte continuando a mescolare. Aggiungere anche il succo dei limoni, quindi incorporare progressivamente la farina. Da ultimo unire il lievito setacciato e versare il composto in uno stampo oliato e infarinato.

Cuocere in forno preriscaldato per 35-40 minuti. 

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