"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 20 marzo 2017

Coaching motivazionale - Crazy Cake


E niente, stiamo così:

che adesso siamo passati alla fase clou di tutta la faccenda, quella in cui il salotto-lavanderia-cucina-ricovero per attrezzi è stato svuotato e trasformato in solo ricovero per gli attrezzi e cantiere vero e proprio.
Questo non era contemplato nei lavori – imprescindibili- di messa in sicurezza da fare. Rientra piuttosto in tutta la vasta e varia categoria del “già che ci siamo” perciò tutto ciò che ne consegue è vissuto pure con uno spirito diverso.
Che finché puoi dire me la sono cercata, la affronti diversamente.
A fine mese poi dovrebbe anche arrivare la cucina, quella vera, che ci permetterebbe di mandare finalmente in pensione le piastre elettriche, restituire il forno a mamma e ridare la giusta collocazione alle cose.
Anche se continuerò a lavare i piatti nel lavandino del bagno al piano superiore visto che l’allaccio degli impianti di gas e acqua verrà fatto alla fine di tutto, o perlomeno al ritorno dal Giappone.
Ecco sì, c’è giusto questa piacevole prospettiva a fare da  spartiacque tra il dentro e il fuori, perché dopo toccherà al giardino e dopo ancora, si spera, avremo finito.
Nel frattempo è cambiata parzialmente la squadra dei muratori: nuovi visi, nuove mansioni, nuove abitudini.
Non c’è più quello che prendeva il caffè macchiato (e che in questa casa ha imparato a macchiarlo con latte di soia, di riso, di avena o di quello che, giornalmente, passava il convento).
Non c’è nemmeno più quello che cantava a squarciagola rasando i muri e si dava tono e coraggio con manciate di cioccolatini che gli lasciavo lì.
Ora c’è direttamente il capocantiere, che si occupa di lavori di fino tipo la parete a intonaco stampato o il rivestimento del camino.
Che è bravissimo ma, come ogni artista, è molto umorale e si lascia prendere facilmente dallo sconforto non appena subentra un problema.
E qui, signori miei, di grattacapi ce ne sono stati e continuano ad essercene a iosa.
Un giorno della scorsa settimana, per esempio, si sono presentati, nell’ordine: il vecchietto che abita alle nostre spalle e la vecchietta sua vicina. Il primo lamentava vibrazioni tali da fargli cadere giù i soprammobili. Del resto noi stavamo precipuamente facendo una traccia sul muro delle scale (confinante con il loro) per piazzare una luce.
Dopo scuse, sprosciuttamenti e controscuse, abbiamo negoziato di usare il frullino anziché la mazzetta e di procedere a suon di sfarinature del muro anziché colpi di clava.
Ma la parte più difficile è stata mettere a parte gli operai di questa decisione, che infatti si sono subito ribellati
Ma così alziamo un polverone che non finisce più! -  si lamentava, avvisandomi, l’artista in questione.
Pazienza, non abbiamo scelta -  lo rincuoravo io che già mi immaginavo sepolta sotto una coltre di pulviscolo che Pechino scansate proprio.
La seconda ci invitava a controllare la canna fumaria del nostro camino perché a lei si riempiva la casa di fumo.
Ma signora, la nostra canna fumaria confina con i signori qua dietro, non con la sua -  spiegavo serena invitandola a vedere con i suoi occhi su in terrazzo e, comunque, cercando di riandare con la memoria all’ultima volta in cui abbiamo acceso il camino, risalente a non meno di un anno fa.
Ma di fronte a un’insistenza cieca ho ceduto quasi subito imboccando la via diplomatica e trasformandomi in assistente sociale anche per lei
Non si preoccupi signora, adesso dico subito agli operai di controllare e porre rimedio, stia tranquilla.
Tornata dentro mi toccava consolare e incitare pure il capocantiere, dopo averlo avvisato che la traccia in questione, meritevole di tanta attenzione da parte dell’intero vicinato, toccava pure allungarla un po’, facendola arrivare sopra le scale.
Seeee e come famo? Questi tocca ammazzalli, oggi!
E motivarlo alla fine di tutto, quando, spento il frullino, fatte le tracce, infilati i corrugati, ogni singolo individuo di questa casa, me compresa, era ricoperto di bianco dalla testa ai piedi e fino a dentro le mutande.
Io felice, lui sconsolato
Mo che c’è? -  chiedo allibita.
E niente, è troppo tardi, nun famo in tempo a inizià la parete di intonaco stampato - sentenzia ormai vinto.
Ma è solo mezzogiorno! Dai inizia, fanne almeno un pezzo, fammi vedere come viene, sono troppo curiosa (anche perché de sto passo, quanno finimo?? – sarei stata tentata di aggiungere).
E poi lasciali parlare, non ti arrabiare. Cosa volevamo noi? Le tracce! Cosa abbiamo ottenuto? Due tracce bellissime e utilissime!
Mancava che per fare il discorso salissi in piedi su un tavolo facendoglielo ripetere, urlando sempre più forte.
E nella prossima vita farò il capocantiere. O il mental coach.

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Una torta pazza rientra perfettamente nel clima demenziale che si respira al momento in questa casa. E un dolce più strampalato di questo in effetti non l’ho mai visto. Una teglia: tutti gli ingredienti dentro, si gira e si inforna. Fine.
Il risultato, senza il minimo sforzo, è una torta cioccolatosissima, soffice e dalla consistenza leggermente umida. Ho preso la ricetta dal sito di una famosa blogger italiana, ma la sua vera origine si trova a questo link e ne è autrice la mia cara amica Leanne. Si tratta di una ricetta americana, ideata al tempo della seconda guerra mondiale con i pochi ingredienti a disposizione. Io ho fatto qualche modifica ustilizzando farina di farro al posto della 00, diminuendo leggermente lo zucchero e omettendo di ricoprirla con la glassa al cioccolato e latte di soia.

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)
200 gr di farina di farro
180 gr di zucchero di canna
15 gr di cacao amaro
1 cucchiaino di bicarbonato
1 pizzico di sale
1 cucchiaino di aceto ( io l’ho usato di mele)
1 bustina di polvere di vaniglia (o 1 cucchiaino di essenza)
80 ml di olio di semi di girasole
240 ml di acqua


Procedimento

Foderare uno stampo di carta forno. Versarsi dentro, setacciandoli, la farina, lo zucchero, il cacao, il bicarbonato e il sale. Mescolare e scavare nel composto 3 cavità: una più grande e due più piccole. Versare l’olio nella grande e l’aceto e l’aroma di vaniglia nelle due più piccole. 

Ricoprire con l’acqua e mescolare tutto fino a ottenere un composto fluido e omogeneo.

 Cuocere il dolce a 180° in forno preriscaldato, per circa 35-40 minuti.

martedì 7 marzo 2017

Che ti avevo detto? - Torta dolce di "stracchino" di riso e pere


Dai assaggia, è buonissimo!
L’amato bene è irremovibile e mi guarda come se al posto di un cucchiaino stessi avvicinandogli al viso una cavalletta tenuta per la zampa.
Non mangio quello “normale” figuriamoci se può piacermi lo stracchino di riso.
Il suo rifiuto è netto e categorico, ma io non mi arrendo.
Forte della teoria secondo la quale il gusto cambia ogni nove anni, tento sempre di fargli scoprire sapori nuovi soprattutto quelli che per me è inconcepibile non amare alla follia (certo avrei potuto iniziare dallo stracchino tradizionale, ma sono dettagli).
Che poi il più delle volte, di fronte all'evidenza, si convince pure, eh?
Del resto, mascherandolo bene, abbiamo sdoganato il tofu: infilato in una polpetta, arrotolato dentro uno strudel, occultato all'interno di una Mousse ai frutti di bosco;
scodellato una finta carbonara a un romano verace come lui, orgoglioso trasteverino da sette generazioni;
propinato biscotti di maionese e di ceci lessi e perfino fatto digerire il caffè di cicoria dentro una torta.
Il tutto sempre rivelato a giochi fatti, naturalmente.
Perché in questi casi è d'uopo giocare d'astuzia.
Girarci un po’ intorno.
Camuffare bene insomma.
Torno alla carica dopo qualche giorno, quando ormai ha rimosso.
Vuoi assaggiare questa torta di pere?
Magari! Ha un aspetto invitante e un odore fantastico.
Ecco.
Mi pare superfluo specificare che l’ingrediente principale sia un panetto di stracchino di riso integrale germogliato.

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I surrogati non mi piacciono. Se non posso mangiare latte e derivati mi rassegno e non vado a cercare strampalate alternative. Che però mi incuriosiscono tanto. Così, quando al supermercato, accanto agli affettati di lupini, ho scoperto l’esistenza di uno “stracchino di riso” (chiamato, coerentemente, Strachicco), non ho potuto resistere. E adesso ci pranzo almeno una volta alla settimana, per quanto mi piace. Quando poi ho visto in rete questa ricetta di Natalia Cattelani, fatta con lo stracchino vero, mi sono spinta oltre, dicendomi che in fondo  cambia di qua, sostituisci di là, una prova avrei potuto anche farla. Ne è uscita una torta buonissima, dalla consistenza soffice e dal gusto delicato. E se è piaciuta perfino a lui potete crederci ;-)

Ingredienti (per uno stampo da 24 cm)
200 gr di farina di farro
50 gr di mandorle tritate finemente
180 gr di zucchero di canna
200 gr di stracchino di riso
3 uova
100 gr di latte di soia
1 grossa pera Kaiser (o Abate)
3 cucchiai di gocce di cioccolato
1 cucchiaino di cannella
1 bustina di lievito
Buccia e succo di 1 limone bio


Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°. Sbucciare le pere, tagliarle a fettine sottili e cospargerle di succo di limone. Frullare le uova con lo zucchero e quando saranno diventate bianche e spumose aggiungere lo stracchino mescolando bene. Unire le farine e il latte continuando a mescolare. Da ultimo aggiungere le gocce di cioccolato e il lievito. Versare il composto in uno stampo oliato e infarinato e disporvi sopra le fettine di pera.
Cuocere per circa 40-45 minuti, facendo la prova stecchino.


giovedì 2 marzo 2017

Equivoci - Pizzette...di cavolo cappuccio



E insomma, che ha detto tuo marito che finalmente abbiamo rimontato le finestre e le grate?
Le reazioni dell’amato bene suscitano sempre grande interesse fra i muratori essendo lui quello preposto, perlopiù, a cazziarli/sollecitarli/fargli rifare parti venute male o rimetterli in riga dopo l’ennesima arrabbiatura.
Ehhh contentissimo -  rispondo io un po’ distrattamente mentre saltello per rimettere a posto la spesa e nello specifico inzeppare nel congelatore l’ennesima busta di minestrone.
Poi siccome io invece sarei quella votata a confortarli, coccolarli, rendergli la giornata di lavoro anche minimamente gradevole sfornando caffè a oltranza, ci ripenso e decido di sperticarmi in lodi, curando anche lo spirito. Che la fiducia in se stessi fa miracoli e magari se gliene infondo un po’ si sbrigano pure.
Era raggiante, tant’è che sono tornata a casa e mi ha detto: festeggiamo!
Poi mi blocco. Ho un po’ di remore a spiegare che i festeggiamenti per due come noi, attentissimi all’alimentazione, consistono nel concedersi qualche sgarro goloso e non propriamente un pranzo da diciotto portate.
Basta un piccolo premio, una cosa che non si mangia da tanto, una botta di vita che, dopo 15 ore fuori casa, ti permette di gioire in pigiama e pantofole sbracato sul divano al culmine della soddisfazione, allentando un po’ l’ansia di ogni giorno.
Come spiegare che, nella fattispecie, l’amato bene, tornato a casa e constatati i progressi, ebbro di felicità per il fatto di riavere un bagno e una cucina, anche se ancora da finire, si è rinfilato dritto in macchina per andare a comprare, udite udite, una cartata di supplì?
Roba che per noi era tutto il carnevale di Rio e quelli di Venezia messi insieme. Goduria allo stato puro. Baldoria senza freni proprio.
Un paio di supplì.
Per cena.
Naturalmente seguiti da insalata bruciacalorie.
Decido perciò di tacere, forse arrossisco pure un po’.
E firmo la mia condanna.
Chissà quali scenari si aprono nelle loro menti.
Cala il silenzio. Si apre una cortina di palpabile imbarazzo. Scende il gelo.
Che viene rotto dalla considerazione del più scaltro e smaliziato della combriccola.
Aò, e mo’ jee monto pure io e grate a mi mojie, hai visto mai…
(Tanto perché mi vergognavo a fare outing sui supplì)

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Sfiziose e carine da vedere. Ho preso questa ricetta da qui.
Poi di mio ho aggiunto il pecorino per farne un piatto unico, ma è assolutamente facoltativo. E sì: le foglie bruciacchiate tutto intorno sono una vera goduria!

Ingredienti
1 cavolo cappuccio
3 pomodori a grappolo
50 gr di pecorino romano (facoltativo)
1 spicchio d’aglio
Olio extravergine d’oliva
Peperoncino
Erba cipollina secca
Basilico secco
Sale
Pepe


Procedimento
Eliminare le foglie più esterne del cavolo e tagliarlo in grosse fette di un paio di cm che andranno poi sciacquate delicatamente sotto l’acqua facendo attenzione a non sfaldarle. Tamponarle con carta assorbente e adagiarle su una teglia ricoperta di carta forno. Strofinare entrambe le superfici con lo spicchio d’aglio e spennellarle di olio. 

Condire con le spezie e il sale e cuocere in forno già caldo per circa 25 minuti. Nel frattempo tagliare i pomodori a dadini e il pecorino a scaglie. 

Estrarre le pizzette dal forno e a questo punto si dovrebbero girare e far cuocere dall’altra parte, ma io ho desistito dopo aver tentato di farlo e visto che rischiavo di romperle. Condire con i pomodori, aggiungere un altro filo d’olio, un pizzico di sale e le scaglie di pecorino e infornare per altri 20 minuti.



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