"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 20 ottobre 2014

Vecchi fidanzati ritornano - Pizzette allo yogurt


Ogni persona ha i suoi.
Ogni epoca storica pure.
Io, fra gli ‘80 e i ‘90 dello scorso secolo e del passato millennio, fresca quartina ginnasiale alle prese con i primi rudimenti di latino e greco, non sbavavo certo dietro a Cicerone, nemmeno a Catullo, tantomeno a Erodoto.
E del resto erano ancora inimmaginabili i tempi di Justin Bibier o degli One Direction.
Perfino quella che si era ripromessa di sposare Simon Le Bon era ancora di là da venire, percui io come idolo esclusivo, unico e insostituibile avevo nientedimeno che…
Eros Ramazzotti.
Chioma alla Branduardi, sguardo vagamento strabico, aria truce di chi della vita pare sapere già tutto, per il solo fatto di essere nato ai bordi di periferia, incarnava per me l’Uomo perfetto, quello per il quale sospirare, struggersi nel segreto delle proprie stanze e casomai morire pure di consunzione a ogni sua apparizione pubblica, che fosse Castrocaro o Festivalbar, seguita in religioso raccoglimento.
Per non sbagliare, non ne perdevo manco una.
Mi chiudevo in camera (sbattendo la porta, che nell’adolescenza funziona più che mai) e me la guastavo in silenzio e completa solitudine.
E in tempi in cui internet e la stampante ancora non esistevano, passavo il tempo a raccattare copie di Sorrisi e Canzoni TV, preferibilmente a casa di mia nonna (pure quando dovevano ancora essere letti), più altri giornali di gossip ovunque mi capitasse, comprese sale d’aspetto di studi medici e case-di-amiche-di-mamma, facendo man bassa di tutte le foto che lo ritraevano.
Strappando pagine senza remore, razziando copertine e poster in omaggio senza vergogna, in assoluta omertà o con la scusa che Tanto te che ce fai, no’(nna)?”
Avevo addirittura creato un album di foto, più artigianale che mai, che ripercorreva la sua storia da quando era in fasce.
Ritratto con il padre, con la madre, con tutti e due insieme, da solo, in compagnia, col fratello, l’amico del cuore, il vicino di casa, un passante messo lì a caso, un fan scatenato.
Riservando all’album il posto d’onore, sullo scaffale della libreria, accanto agli album di famiglia.
E squagliavo il tasto "pause" dello stereo per poter trascrivere tutti i testi delle canzoni, passandole in rassegna una per una.
Riempiendo diari e agende di parole, scarabocchi, adesivi, cuori, fumetti, ancora ritagli di giornale e tutto ciò che potesse servire ad alimentare la passione.
Poi, al culmine della follia amorosa, me ne andavo in giro, convinta e contenta, a dire..che era il mio fidanzato!
Ovviamente solo a chi non poteva minimamente mettere in dubbio la questione (e chiamare di conseguenza la Neuro), tipo mia cugina di una decina di anni più piccola.
Suggestionabile e facilmente intortabile, la quale naturalmente non perdeva occasione, dall’alto della sua ingenuità di bimba, di vantarsi con le amichette d’asilo, del fidanzato illustre della cugina.
Cugino acquisito pure lui, quindi.
La passione amorosa e la segreta liaison è andata avanti nella mia testa (e in quella dell'ignara infante) per un quinquennio buono, che allora l’adolescenza durava almeno fino ai 18 anni e le chat, i forum, gli stimoli virtuali non arrivavano a smantellare barbaramente certe convinzioni o a sgretolare senza pietà romantiche e innocenti fantasticherie.
Così, avevo agio di alimentare i miei sogni (e le false convinzioni della mia cuginetta) spingendomi sempre più in là, fino a immaginare perfino di affrontare il lungo e insidioso viaggio, dalla capitale fino a Passo Corese, dove il mio eroe aveva acquistato una villa con terreno tutto intorno per ospitarci anche il cavallo vinto a Sanremo dell’86.
Evento, peraltro, seguito (per la prima e unica volta nella mia vita), dalla sigla iniziale fino alla dichiarazione del vincitore, intorno alle due di notte, con conseguente e inevitabile sciroppamento di tutti gli altri cantanti in gara e ospiti intermedi.
Praticamente un suicidio con morte lenta.
Poi per fortuna la vita (mia, di mia cugina e dell’illustre parente acquisito) ha preso il suo corso (universitario, canoro e sentimentale). Una nuova e più matura (?) consapevolezza si è fatta strada in tutti noi, i nodi sono venuti al pettine e sui giornali è uscito che il tizio mi aveva ignobilmente tradita per sposarsi con una bionda e spumeggiante svizzera.
Ma si sa, certi amori non finiscono neppure davanti a una cruda evidenza.
Tanto che il giorno del sontuoso matrimonio, nel castello a due passi da casa mia, sono stata pungolata dalla tentazione, fortunatamente poi ricacciata indietro, di fare un salto a vedere.
Pur avendo ormai varcato la soglia dei 30 anni o giù di lì.
 E perfino adesso, che l’ex ragazzo di periferia è diventato un maturo signore della cui folta chioma non sono rimaste che rare tracce sale&pepe (ma con lo sguardo sempre strabico e la voce ancora vagamente nasale);
adesso che sono felicemente sposata;
adesso che anche la cuginetta (forse) ha preso coscienza della cruda verità
…io non posso fare a meno, ogni tanto, di ripensare a quella passione.
E soprattutto a quel fidanzamento così perfetto e appagante, finito di botto,
chissà poi perché.

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Le ho viste da leiche a sua volta le aveva viste da un’altra, ma comunque ne è stata il tramite.
Queste pizzette: una scoperta, una rivelazione, il jolly da tirare fuori in qualsiasi momento.
Che una buona occasione si trova sempre.
Aperitivo, antipasto, buffet, pomeriggio di noia, botta di tristezza, desiderio di coccole, voglia di qualcosa di buono.
Veloci, pratiche, senza sbattimenti, impasti arzigogolati né panetti di lieviti che mannaggia non ce l’ho.
Io, dopo averle provate in tutte le salse, non posso più farne a meno. E già dalla primissima volta ne ho fatta una dose doppia, che tanto non bastano mai! (Grazie Claudia!!)


Ingredienti (per circa 30 pizzette)
2 yogurt bianchi interi da 125 gr
2 vasetti di farina
1 cucchiaino raso di sale

per condire:
passata di pomodoro
origano o basilico
Fiori di zucca
Alici
Mozzarella
Patate
Rosmarino
Sale 
Olio extravergine d’oliva


Preparazione:
In una ciotola impastare lo yogurt, il sale e la farina fino ad ottenere un composto omogeneo e non appiccicoso (aggiungere eventualmente altra farina fino a quando non si attaccherà più alle dita e diventerà lavorabile.
Stendere l'impasto su un piano infarinato in uno spessore sottile e ricavare dei dischetti comn un coppapasta o il bordo di una tazzina. Adagiare le pizzette su una teglia foderata di carta forno, condire a piacere. Io ho fatto:
-pomodoro a pezzetti e origano
-pomodoro, basilico e olio frullati
-patate e rosmarino
-fiori di zucca mozzarella e alici

Cospargere con un pizzico di sale e un filo d’olio e infornare a 200° per circa 12/15 minuti, o finché saranno dorate. 




martedì 14 ottobre 2014

Basta il pensiero – Zuccotto alle tre creme


Orologi, profumi, pigiami.
Felpe, maglioni, camicie e gilet.
Interi set di mutande, calzini e maglie della salute, tanto per fare il completo.
Costumi, accappatoi, teli mare e occhiali da sole.
Tute da ginnastica e l’ultimo modello di Nike, di Reebook, di Lotto, di Vattelapesca sul banco del mercato.
Cravatte e cinte.
Gemelli e fermacravatta quando ancora andavano di moda e quando ancora girava in giacca e cravatta.
E poi libri, libri e ancora libri.
Buoni da spendere.
Accessori per la macchina, per il pc, per lo stereo.
Foto incorniciate, biglietti amorosi e biglietti di treni.
Ingressi a concerti, mostre e spettacoli.
Weekend avventurosi, cenette romantiche, gite fuori porta.
Ventiquattro anni di vita insieme, tra matrimonio e fidanzamento, per quanto ci si voglia scervellare, a un certo punto rendono lievemente complicato continuare a essere originali nei regali.
Ma anche solo trovarlo, un regalo.
Figuriamoci continuare a ostinarsi sull’effetto sorpresa.
Infatti per il 41esimo dell’amato bene io non avevo minimamente idea di cosa regalargli.
Tra l’altro l’ebook reader dell’anno scorso mi ha sbarrato per sempre la strada al jolly, intramontabile e sempre estremamente gradito del libro, perché lui ormai, innamorato perso dell’aggeggetto elettronico, il cartaceo lo ha abbandonato definitivamente.
In pratica mi sono data la zappa sui piedi da sola e per fortuna temevo che non l’avrebbe mai usato.
Allora toccava per forza rassegnarsi a escogitare una strada alternativa.
Darsi al regalo simbolico.
Votarsi alla cosa pensata e con valore puramente affettivo, evocativo, un po' alla stregua dei regali virtuali su facebook insomma…
Perché da lì  a cedere alla domanda “cosa vuoi per compleanno/natale/pasqua”, condita di aria afflitta, quasi risentita, e la richiesta esplicita di aiuto, perlomeno, a risolvere il tragico problema, è proprio un attimo.
Manco fosse colpa sua se compie gli anni!
Lo zuccotto, il suo dolce preferito.
Trasformarlo in regalo, il lampo di genio.
Che ha implicato, tanto per citare le prime difficoltà, fracassare l’anima a quattro o cinque persone per poi non ascoltare nessuna di queste e fare di testa mia (ma questo fa parte della mia strana pignoleria mista ad ansia).
Un’intera settimana a scrivere mail  e cercare le ricette, nessuna delle quali mi andava bene.
A tampinare i malcapitati di messaggi e di richieste di consigli.
Non lo volevo fatto di gelato (prima sì, poi no, poi non sapevo..).
Né di ricotta e canditi.
Né di savoiardi e caffè.
Volevo quello preparato dal marito della mia amica l’ultima volta in cui sono venuti a cena da noi.
Così mi sono concentrata su di loro, costringendoli a scrivermi la ricetta e mandarmela via mail, cosa che sono riusciti a fare solo intorno a mezzanotte, una sera che non ne potevano più, dopo aver messo a letto la loro bambina.
Per poi decidere che no, non avrei usato quella ricetta ma avrei fatto un po’ di testa mia, un po’ secondo il tempo che avevo a disposizione.
(poi uno si chiede perché finisce un’amicizia…)
Il pan di spagna è meglio farlo in casa, ma io il tempo non ce l’avevo e l’ho comprato.
Almeno compralo in pasticceria! – mi ha intimato, inorridito, sempre il marito dell’amica…
ah certo, hai ragione” ho convenuto molto grata del suggerimento...per poi prenderlo direttamente dallo scaffale del supermercato.
E le creme preparatele il giorno prima, così guadagni tempo, non hai scuse!”, pensi di parlare con una sprovveduta? Avrei voluto rispondere, ma una – orrore – alla fine l’ho addirittura fatta con un preparato industriale.
Tanto per essere una foodblogger modello.
E sempre perchè volevo esagerare mettendo tre gusti e tre colori diversi, che se mi fossi accontentata di vaniglia e cioccolato avrei fatto lo stesso la mia bella figura senza scadere nella sciatteria più bieca.
Ecco, in attesa di trovare il coraggio di confessare tutte queste cose agli amici che aspettano di sapere “come è venuto” (e che non leggono il blog) e ammettere che delle loro indicazioni, dei loro consigli, dei suggerimenti spassionati, io, sciatta e irriconoscente, ho fatto un uso più che limitato, per non dire che non ne ho seguito manco mezzo, riporto la ricetta dello zuccotto così come l’ho fatto io.
Con i mezzi e i tempi a disposizione.
Scavalcando pigrizie e remore.
Guadando pensieri e affanni vari, di questo periodo così incasinato.
E il lato più difficile è stato tenere nascosto a lui il dolce pronto per due lunghi giorni, anche se stazionava in freezer.
Ma si sa che pur non aprendolo mai, in quei due giorni avrebbe avuto sicuramente un motivo per andare a cercare qualcosa lì dentro.
ma fortunatamente non è successo.
In ogni caso lo avevo occultato bene, ricoprendo la ciotola di carta stagnola fino a  farla sembrare un mezzo cocomero, di cui certo non avrei saputo giustificare la presenza in congelatore….
Per fortuna non l’ha scoperto e la sorpresa è pienamente ed egregiamente riuscita.
La sua faccia stupita, dopo che da anni andava ripetendo che gli sarebbe tanto piaciuto rimangiare lo zuccotto di quando era bambino, è stata inequivocabile e ha fatto gongolare il mio ego.
Non sarà stato proprio quello dei suoi ricordi d’infanzia, né uno zuccotto degno di Masterchef, né quello formidabile e inarrivabilmente buono del marito della mia amica.
Però è stato pensato, discusso, pianificato.
Inventato, plasmato, rimodellato di sana pianta.
Poco ma sicuro.
E successivamente gradito, apprezzato, lodato.
Quindi pure stavolta il regalo l’ho trovato.
Ma….
per Natale?

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Per la crema chantilly ho usato l’ormai stracollaudata ricetta di Nanni; per quella al cioccolato ho aggiunto di mio pugno, alla base, cioccolato e rum; per quella al pistacchio mi sono affidata a una confezione di preparato industriale.
Non posso che migliorare…
Di Alchermes ne ho usato a fiumi, senza nemmeno diluirlo perché a me le bagne piacciono proprio alcoliche e non solo con pallidi riflessi e vaghi sentori, ma ovviamente questo va a gusti quindi assaggiate e regolatevi di conseguenza.
E per un pan di spagna da urlo, tempo permettendo, seguite alla lettera tutte le indicazioni riportate qui: non fallirete.


Ingredienti (per una ciotola di 22 cm di diametro)

1 pan di spagna da 500gr
Alchermes

Per le creme alla vaniglia e al cioccolato
0,6 lt di latte
65 gr di zucchero + 1 altro cucchiaio
3 tuorli
45 gr di farina
I semi di una bacca di vaniglia (o 1 bustina di vanillina)
120 ml di panna da montare
100 gr di cioccolato fondente
2 cucchiai di rum

Per la crema al pistacchio
1 confezione di preparato per Crème délice al pistacchio Rebecchi
250 ml di latte
250 ml di panna


Procedimento
Per la preparazione della crema al pistacchio seguire le istruzioni sul retro della confezione, dopodichè metterla a raffreddare in frigorifero mescolando ogni tanto.
Per le altre due creme, prima di iniziare tutta l’impresa, calcolare che devono riposare in frigo almeno 4 ore prima di essere utilizzate.
Mettere il latte a scaldare con l’aroma di vaniglia (o la bacca incisa per la lunghezza). Sbattere leggermente i tuorli con lo zucchero senza montarli e aggiungervi progressivamente la farina setacciata, quindi il latte caldo a filo continuando a mescolare.
Fare cuocere la crema su fuoco lento mescolando continuamente finché non si addensa e per altri 5 minuti a partire dal momento in cui comincia a fare le bolle.
Una volta tolta dal fuoco dividerla in due ciotole e aggiungere a una il cioccolato sciolto a bagnomaria e due cucchiai di rum.
Lasciare quindi raffreddare il tutto. Una volta fredda riporla in frigorifero per almeno 4 ore.
Trascorso questo tempo, montare la panna (ben fredda) e aggiungerla alla crema bianca mescolando bene.

Come assemblare lo zuccotto:
rivestire una ciotola di vetro con la pellicola lasciandola sbordare (questo renderà più agevole sformare lo zuccotto prima di servirlo). Tagliare il pan di spagna a losanghe, bagnarlo bene nell’alchermes e rivestire accuratamente tutto il contenitore senza lasciare spazi vuoti. 

Dopodichè versare la crema al cioccolato, livellandone la superficie per quanto possibile, 

quindi la crema al pistacchio e per ultima la crema alla vaniglia. Ricoprire con altri pezzi di pan di spagna sempre inzuppati nell’alchermes, a formare un “tappo” e schiacciare leggermente ricoprendo tutto con la pellicola rimanente. 

Riporre in freezer.

Per servirlo:
Lasciare lo zuccotto a temperatura ambiente mezz’ora prima di servirlo.
Mettere la ciotola capovolta su un vassoio e accarezzarla con le mani umide. Tirare leggermente la pellicola verso il basso e staccare il dolce dal contenitore, rimuovere la pellicola e decorarlo a piacere.

Quello avanzato l'ho tagliato a fette prima di riporlo nuovamente in congelatore. così porzionato basterà lasciarlo a temperatura ambiente una decina di minuti prima di consumarlo.

mercoledì 8 ottobre 2014

Presenti - Muffins integrali all’uva fragola


Qualche giorno fa, oltre a un quarto di zucca del peso di un paio di chili (e non oso immaginare quanto pesasse l’ortaggio intero) ho ricevuto questo dono:

Uno dei miei regali preferiti insomma.
Senza involucro e senza fronzoli, ma carico di sorprese.
Non un piccolo scrigno ma una grande e ingombrante cassetta da doversi pure incollare su per le scale.
Non un oggetto costoso e raffinato, ma tanti “oggetti” affastellati, ugualmente preziosi e carichi di promesse.
Coccole nascoste ed esplicite.
Gesti d’amore e di casa.
Dividemose sta roba che sennò va a male.
La cassetta, composta a 4 mani da mia madre e mia zia (riunitesi per pranzo nella casa di campagna di quest’ultima) conteneva gli ultimi scampoli dell’orto più altre cosucce anche non necessariamente omogenee tra loro.
Tanto che di primo acchito la cassetta poteva passare per un gioco enigmistico sul genere “trova l’intruso” (e sarebbe stato parecchio difficile!), o uno di quegli allestimenti da riprodurre su tela a uso di un pittore alle prime armi.
Difficile infatti cogliere un filo conduttore o ricavarne un senso armonico.
Ma in quella disarmonia c’era tutto ciò che occorreva per: allestire una cena e pure il pranzo dell'indomani, abbellire la casa, fare provviste per l’inverno, sollazzarsi sbucciando, privando dei semi, tritando, cuocendo....
Il quadro di natura morta infatti, conteneva, nel dettaglio, quanto segue:

-         2 barattoli di pane casereccio tostato e  grattugiato
-         3 peperoni verdi
-         4 melanzane piccole
-         2 melanzane tonde
-         4 bellissimi peperoncini che piccano solo a  guardarli
-         1 barattolo di marmellata di prugne rosse
-         1 cipolla bianca di dimensioni inaudite (che ho in parte cucinato, in parte tritato, diviso in mucchietti per futuri soffritti e messo in congelatore).
-         2 piantine grasse di quelle che mancavano all’appello della mia già nutrita collezione (senza che l’amato bene, sempre preoccupatissimo del risicato spazio della casetta, si sia accorto nel frattempo che l’insana passione per quelle si è trasformata in autentica collezione…Per lui infatti continuano a rimanere “un paio di piantine grasse sul davanzale della finestra del bagno”, ignorando come un’intera piantagione di minicactus abbia nel frattempo trovato dimora sul motore del condizionatore, sulla mensola in balcone, sul ripiano della cucina e in ogni altro anfratto in cui mi venga in  mente di collocarle…)
-         1 kg abbondante di splendida uva fragola.

Il problema principale era come smaltire in tempi brevi tutta la roba, uva in primis. Ma in realtà anche zucca e tutto il resto, perché non sembra, ma una cipolla del peso di un chilo qualche dubbio lo crea e a meno che non si voglia evitare contatti sociali per svariati giorni di seguito, qualche soluzione, pure di una certa urgenza, bisogna trovarla.
Com’è come non è, alla fine ho usato/impiegato/trasformato tutto, ma proprio tutto.
E dell’uva fragola, a parte esserne l’unica estimatrice e mangiarmene manciate a piene mani, quando proprio ero al punto di non poterla più vedere nemmeno in fotografia e avevo fatto secco più di un capo d’abbigliamento col suo malefico succo, che macchia solo a guardarlo, ho pensato di infilarla in qualche dolcetto per condividerla - a forza e con l'inganno - con l’amato bene.
Che infatti l’ha scambiata, nell’ordine per:
olive (?) "ah no, sono dolci" (l'evidenza non era così lampante...)
mirtilli,
more
fragoline di bosco
Un mix di tutti e tre! Buono, vero?
…e con buona pace del suo intuito e della sua innata, spiccata, inarrivabile attitudine a individuare i sapori, mi ha salvata dall’indigestione.


@@@@@@@@@@@@@@


Ingredienti (per 12 muffins)
400 gr circa di uva fragola
150 gr di farina integrale
100 gr di farina 00
160 gr di zucchero di canna + un paio di cucchiai per la copertura
120 ml di latte
80 ml di olio di semi
2 uova medie
½ bustina di lievito
1 bustina di vanillina
Scorza grattugiata di mezzo limone
1 pizzico di sale


Procedimento
Togliere l’uva dai raspi, sciacquarla accuratamente, asciugarla e tagliarla a metà per togliere i semini.
Raccogliere in una terrina la farina 00 setacciata insieme al lievito e alla vanillina, la farina integrale, lo zucchero e la scorza del limone e il sale.
In un'altra ciotola amalgamare uova, latte e olio. Unire i due composti lavorando il meno possibile, quindi aggiungere l’uva mescolando delicatamente. Distribuire il composto negli stampi da muffins, cospargere ognuno di zucchero di canna e cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa 20 minuti, facendo la prova stecchino.






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