"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

martedì 31 maggio 2016

Ridere di noi - Charlotte di ricotta e fragole


Mi ci ha telefonato appositamente, lui che le parole tocca tirargliele fuori con le pinze.
E me lo ha detto con tono accorato, sempre lui, che un dispiacere così poteva essere legato, eventualmente, giusto al guasto di un motore su due ruote.
Fatico quasi a collegare, io che nemmeno mi ricordavo poi di quel regalo.
Ma lo sai che mi è morto l’alberello di Kumquat che mi avevi regalato?
L’ho messo al sole, poi di nuovo all’ombra, poi a metà e metà. Gli ho dato l’acqua: tanta, poca, così così. Ero andato a cercare perfino in internet notizie su come curarlo! Ma non è servito a niente…”.
 Ed effettivamente è morto così: ingiallito e completamente rinsecchito seppure con ancora due frutti attaccati, come ho potuto constatare, successivamente, di persona.
Monumento ai caduti lasciato lì nel piccolo giardino quasi come un monito, insieme all’alberello di Natale pure quello ridotto a un ammasso di rami secchi su cui penzolano ancora un paio di nastrini rossi.
L'afflizione sincera di mio fratello mi colpisce e mi suscita tenerezza, specie immaginando lui che, indossati i panni del giardiniere, cerca di rianimare il meschino vegetale.
Ma sì succede, del resto io sarei pur sempre quella che ha fatto secca (tra le tante) una meravigliosa pianta dai fiori viola che lui mi aveva regalato appena pochi mesi prima e a cui tenevo particolarmente (e meno male).
Poi penso al secondo nome del Kumquat.
 E contemporaneamente, ai disastri di vario genere, spalmati su più fronti, occorsi negli ultimi anni nella vita di mio fratello.
Perfino un giudice severissimo come l’amato bene, appassionato sostenitore della teoria secondo cui ognuno è artefice del proprio destino, solo in minima parte dipendente dal caso, ha convenuto che sì, proprio di sfighe, nel caso specifico, si tratta.
Ecco, il Kumquat di secondo nome fa “Fortunella”.
Nun te pare na presa in giro, regalargli proprio quella? - mi aveva infatti messo in guardia l’amato bene già a suo tempo.
E precisamente quando, tornato da una bevuta con gli amici, il destinatario di cotanto dono,aveva trovato la sua moto semi distrutta per una manovra sbagliata di un tizio che poi, naturalmente, si era pure dileguato. E non è che la sua fosse l'unica moto parcheggiata sul piazzale.
Ma io ero stata irremovibile.
Ma va! E poi gliela regalo perché mi piace il tipo di pianta, mica per il nome o il significato di portafortuna.
Per quanto, se poi avesse esplicato anche questa funzione, non è che sarebbe dispiaciuto a qualcuno.
A fronte di tutto quanto sopra rammentato, è già tanto che l’alberello non sia stato colpito da un fulmine mandando a fuoco tutta la casa.
Ma con un nome del genere, a un destinatario attualmente perseguitato dalla sfiga, che sia stramazzato senza cause apparenti, mi pare proprio il minimo.

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E quindi preparare un dolce per il suo compleanno, che poi è il compleanno pure della sua compagna di vita, non era impresa del tutto priva di insidie.
Tanto per cominciare ne ho scelto uno che non necessitasse di cottura (non si sa mai), che mi piaceva da vedere, che sapevo sarebbe potuto piacere a entrambi (o almeno lo speravo).
E incredibilmente: è perfino riuscito!


Note tecniche:
- Non disponendo di uno stampo da 22 cm ma volendo fare una torta di piccole dimensioni (che comunque è bastata per 6 persone), ho ridotto il diametro del mio foderandolo con scottex e carta argentata fino al diametro desiderato.
- Amando moltissimo il sapore deciso della ricotta di pecora non l’ho minimamente stemperato mettendo un quarto o metà dose di panna o ricotta vaccina: per me era perfetta così! Ma ovviamente regolatevi secondo il gusto.
- Avendo messo a sgocciolare la ricotta dal giorno prima non è stato necessario aggiungere colla di pesce al composto: la crema era sufficientemente densa e corposa e dal dolce si ricavavano fette regolari e "composte" (che però non ho fatto in tempo a fotografare).
- Ho scelto il Maraschino come liquore, ma anche lì è questione di gusti: personalmente ci avrei visto molto bene il limoncello o il Cointreau. Nel caso in cui il dolce sia destinato anche a bambini, sostituire con un succo (per esempio ananas) oppure latte.
I savoiardi ai lati del dolce ho evitato di inzupparli nella salsa di fragole per paura che cedessero, quindi mi sono limitata a spennellarli e tanto è bastato a non farli risultare secchi. Per quelli destinati allo strato centrale invece, si può anche esagerare con la salsa.



Ingredienti (per uno stampo da 22 cm)
700 gr di ricotta di pecora
500 gr di fragole
36 savoiardi (circa 300 gr)
40 gr di zucchero a velo
3 generose manciate di gocce di cioccolato fondente
1 tazzina da caffè di maraschino
3 cucchiai di zucchero di canna

In più:
Anello di uno stampo a cerniera da 22 cm di diametro
Nastro di stoffa


Procedimento
Pulire le fragole, asciugarle e, dopo averne messe da parte 4-5 per la decorazione finale, privarle del picciolo e tagliarle a cubetti.
Unire lo zucchero di canna e il maraschino e frullare.
Mettere la ricotta in una ciotola, aggiungere lo zucchero a velo e un cucchiaio di maraschino e lavorarla a crema. Da ultimo unire anche le gocce di cioccolato.
Scegliere il vassoio da portata e comporre il dolce direttamente lì sopra. Sistemare l’anello sul vassoio e riempirne il bordo interno con i savoiardi disposti in verticale, quindi tutta la base cercando di coprire ogni spazio libero.

 A questo spunto spennellare abbondantemente di salsa di fragole e formare un primo strato di crema di ricotta. Ricoprire quest’ultimo con uno strato di savoiardi questa volta inzuppati per bene nella salsa e ricoprire con un secondo e ultimo strato di ricotta. 

Conservare in frigo fino al momento di servire. Togliere delicatamente l’anello, decorare con un nastro e le fragole intere e servire accompagnata dalla salsa rimanente.






lunedì 16 maggio 2016

Indifendibile - Insalata di orzo, ceci e pomodori secchi


Stai a vedere se non ci hanno dato proprio le uniche due tartarughe deficienti!- si accalora l’amato bene guardandole sconsolato e un po’ risentito.
Beh dai, casomai una sola: l’altra se ne sta buona buona nella sua aiuola – tento di minimizzare io.
Più che di deficienza poi parlerei di inconsapevolezza di sé. Non ha ancora un buon rapporto con se stessa e le sue dimensioni– sentenzio convinta mentre ce ne stiamo lì, in giardino, a osservarle attentamente già da una mezz’ora abbondante.
Convincere l’amato bene delle doti di intelligenza e perspicacia di Radegonda non è compito facile.
Le due sono apparse diverse fin da subito.
La piccola ha immediatamente capito e apprezzato la bella villa con veranda che le ha allestito l’amato bene (sì sì, proprio lui che manco le voleva) 

e trascorre paciosamente le sue giornate razzolando nella spaziosa aiuola che abbiamo scelto per lei, sgranocchiando mele, 

gustando insalata, scovando ogni traccia di trifoglio che trova sulla sua strada, per poi tornarsene a cuccia sul fare del tramonto.

L’altra è una vera ribelle. A metà tra un bulletto di periferia e un kamikaze.
Tanto per cominciare nella villa di cui sopra lei non ci è mai entrata, ma l’ha completamente snobbata fin da subito trovando molto più allettante il cespuglio di citronella.
 Ha scavato molto bene alla sua base portando alla luce perfino qualche radice e mettendo a repentaglio la stabilità della pianta per poi interrarsi quasi completamente in barba a ogni più nobile sforzo dell’amato bene per accogliere le due nuove arrivate con tutti i crismi.
Guarda questa: non le piace quella bella casa che le ho costruito?!
Ma no, vedrai che prima o poi ci andrà! Magari è una a cui piace stare da sola e non vuole condividere i suoi spazi con la sorella – lo consolavo poco convinta.
Difatti un giorno, di ritorno dal lavoro, l’abbiamo ritrovata pancia all’aria ai piedi dell’aiuola da cui si era catapultata giù di malagrazia.
Evasa.
Pensando si trattasse di un caso isolato, l’abbiamo rimessa al suo posto, accanto alla sorella.
Ma ben presto l’abbiamo ritrovata invece nell’aiuola limitrofa, percui stavolta si era calata dai massi che la delimitano, aveva attraversato il mattonato e si era arrampicata nuovamente sui massi dell’altra aiuola. Senza incidenti, perlomeno visibili a occhio nudo.
Ok, vorrà dire che le costruirò un’altra casetta qua! – stabilisce sempre colui che borbottava all’annuncio del suo arrivo.
E non solo le costruisce una seconda villa con piscina, ma addirittura la dota di una rampa di discesa dall’aiuola in modo che l’avventuriera non debba scapicollarsi giù dal dirupo rischiando di ribaltarsi ogni volta. Poi resta a osservarla, tutto fiero, mentre vi transita per la prima volta (sicuramente per farlo contento e canzonato, diciamo così).
Io guardo lui che le parla, lodandola e spiegandole che d’ora in poi, se vorrà andarsi a fare una passeggiata in giardino, dovrà passare di lì.
Per la sua incolumità.
Vado a sparecchiare la tavola lasciandolo lì, a parlare con la tartaruga.
Non passano nemmeno dieci minuti che lo sento sacramentare.
Non puoi capire che ha fatto!! Ha ignorato la rampa, si è diretta nel punto più alto dell’aiuola, ha guardato giù e si è buttata di testa: questa è una matta, te lo dico io! Guardala: ora non si muove, ce credo, sarà rintronata dopo la craniata che ha dato!
Mi trattengo dal ridere giusto perché lo vedo accalorato dalla delicata e spinosa questione.
Mo vojo proprio vedè che fa!
In cuor mio so che se restiamo a guardarla troverò sempre meno appigli per difendere le sue doti intellettive e infatti mentre la sorella continua a pascolare tranquilla per la sua aiuola, con la sua bella casa, ormai entrambe tutte per sé, la  scapestrata si dirige al cancello percorrendolo in tutta la sua lunghezza per cercare una via di fuga.

Intuendo che forse sotto non ci passa si limita a infilarci la testa per guardare com’è fatto il mondo fuori di lì.

Vedi? È solo molto curiosa, del resto mica possiamo farle fare quello che vogliamo noi, lasciala stare.
Ma il culmine lo tocca quando, risalita senza traumi sull’aiuola, tenta di passare attraverso una fessura decisamente troppo stretta per lei tra i rami di una pianta e il muro.

Me dovrebbe spiegà perché co tanto spazio deve passà proprio lì. Ma non lo capisce che non ci passa? Secondo te, è consapevole di avere un carapace?
Ecco, sto tentando di salvare la sua immagine già ampiamente compromessa, dovrei valutare molto attentamente la risposta, ma decido di azzardare.
Certo! Secondo me è una sfida con se stessa, è una che non si arrende, sicuramente troverà il modo di passarci.
Ma non faccio in tempo a finire la frase che la meschina si ritrova incastrata, incapace di procedere avanti o tornare indietro, e penzola miseramente le zampe posteriori in cerca di aiuto fino a quando l’amato bene non va lì a liberarla.

Basta, mi arrendo, non ho più appigli.
Convengo con lui: turbe psichiche con sdoppiamento di personalità come minimo.


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Orzo, farro o riso, ma anche quinoa o grano saraceno. Calda o fredda questa insalatona-piatto unico va bene sempre: in tutte le sue infinite varianti! Anche da portarsi al lavoro.

Ingredienti (per 2)
160 gr di orzo perlato
1 barattolo di ceci
7-8 falde di pomodori sottolio
Una manciata di olive nere denocciolate
Il succo di mezzo limone
Origano
Olio extravergine d’oliva
Peperoncino in polvere
Sale


Procedimento
Mettere l’orzo in un colino a maglie strette, sciacquarlo sotto l’acqua corrente, quindi disporlo in un tegame pieno di acqua fredda e cuocerlo per il tempo riportato sulla confezione (generalmente 30-40 minuti). Aggiungere sale solo verso fine cottura, scolarlo e lasciarlo raffreddare dopo aver sgranato i chicchi con una forchetta. Nel frattempo scolare i ceci e sciacquarli. Aggiungere i pomodori tagliati a pezzetti e le olive a metà. Unire l’orzo e condire con olio, peperoncino e il succo di limone. Infine, completare il piatto con origano selvatico sfregato sul momento.


lunedì 9 maggio 2016

Scoordinati - Ciambellone vegano al caffè….di cicoria


Questo armadio è troppo profondo, io già non distinguo bene i colori, così rischio di andarmene in giro con calzini di colore diverso!
Il timore dell’amato bene non solo è molto fondato ma rappresenta davvero un’inezia di fronte ai look improbabili, già sperimentati, con cui alle 6 di mattina esce a prendere il treno per andare al lavoro, quando per qualche ragione, la sera prima non ci riuniamo a decidere, insieme, quello che indosserà al mattino.
Vorrei dirgli che almeno i calzini non balzano immediatamente all’occhio, mentre una maglietta blu, sul pantalone nero, con la cinta marrone potrebbe creare qualche scompenso anche a quelli non strettamente attenti agli abbinamenti.
Poi vorrei dirgli che poteva scegliersi l’armadio nell’altra stanza e lasciare a me quello bello, a muro, profondissimo e molto capiente che abbiamo trovato in questa nuova casetta.
Ma suggerisco (incautamente) una modifica che potrebbe tornare utile alla sottoscritta nel momento in cui, come già da programma, faremo finalmente a cambio di armadi.
Mettici delle luci dentro!
In cuor mio so che questo non basterà, che la scelta del look non dipende solo dalla chiarezza della vista, ma agisco semplicemente a mio uso e consumo per progetti futuri.
E soprattutto inconsapevole di ciò che, nell’immediato, questa operazione comporta.
Detto fatto, il fine settimana successivo mi trascina in un gremito Leroy Merlin a fare scorta di tutto ciò che gli serve e soprattutto a scegliere i faretti da applicare.
Poi lo ritrovo così: 

appollaiato sulla scala intento a trafficare, mentre attinge, vieppiù,  da una marea di attrezzi sparpagliati sul letto disfatto.

Soprassiedo, che tanto le lenzuola sono da cambiare, via.
Mica posso fare proprio sempre la moglie rompiscatole.
Una giornata intera di affanno, smadonnamenti, rapimento mistico; più trapano, polvere, filamenti di rame sparsi ovunque.
 Certo, il risultato finale è di tutto rispetto


Che poi  no, non avevamo nemmeno ospiti a cena, quel giorno.
Avevo solo appena fatto il cambio di stagione, disponendo magliette pulite e stirate su ogni ripiano.
E niente, sbagliamo i tempi, noi due.


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Anche se si può fare nella moka (o nell’orziera, o semplicemente facendone bollire un cucchiaino in un bricco di liquido, che sia acqua o latte vegetale), per chiamarlo caffè occorre una generosa dose di fantasia. Ma la tostatura aiuta e il gusto molto amaro offre un saldo appiglio.
Mescolato al latte di riso e con l’aggiunta di un cucchiaino di zucchero di canna è buonissimo, sembra quasi cappuccino. Allora mi è venuto in mente di farci una torta. E non me ne sono affatto pentita ;-)



Ingredienti

500 ml di latte di riso
200 gr di farina di farro
130 gr di farina di farro integrale
100 gr di zucchero di canna
80 gr di fecola di patate
60 gr di olio di semi
3 cucchiaini di cicoria tostata e macinata
1 bustina di lievito
I semi di una bacca di vaniglia
una manciata di corn flakes (facoltativo)

Procedimento
Far bollire la cicoria nel latte per circa 3 minuti, poi filtrare e lasciare intiepidire. Aggiungere l’olio e anche lo zucchero per farlo sciogliere.
Disporre le farine in una ciotola e mescolarle al lievito e alla vaniglia. Unire i due composti e amalgamare bene, quindi versare tutto in uno stampo oliato e infarinato; completare con una manciata di corn flakes sulla superficie e cuocere a 180° (preriscaldato) per circa 45-50 minuti.


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