"A casa non s'arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra" (H.Hesse)

lunedì 27 ottobre 2014

#24 Strudel di cioccolato e pere – StagioniAMO! con i primi freddi

Sembrava non dovessero arrivare mai quest’anno, il freddo e una temperatura adeguata alla stagione.
Invece come al solito, tutto è avvenuto nel giro di una nottata: le temperature sono calate di botto, schiantate da un vento di tramontana che fa venire voglia di rinchiudersi in casa.
Magari a preparare un bel dolce.
E magari dopo aver gustato per intero il nostro menu di ottobre che ha per protagoniste le pere.
Federica ha preparato gli Spiedini di pere e gorgonzola come sfizioso antipasto.
Poi è stata la volta del primo, cui ha pensato Marzia con il suo golosissimo Risotto con lardo,stracchino e pere.
Seguito a ruota dalla duplice versione, al piatto e infilati in un panino (anche quello rigorosamente home made!), dei Burger di tacchino con pere grigliate e senape preparati dalla magica Terry.
Siamo arrivate così al dolce, per il quale ho pensato di servire uno strudel al cioccolato.
Con una pasta un po’ diversa dallo strudel classico, senza burro ma con soli due cucchiai di olio extravegine e che per questo richiede qualche accorgimento di lavorazione in più e soprattutto di resistere alla tentazione di aggiungere troppa farina, ma che alla fine appaga e consola (almeno un po’) per la fine della bella stagione.
Insieme al freddo arrivano pure i primi malanni, tosse in primis.
E le pere vengono in soccorso anche di questa, dal momento che hanno il merito di idratare le vie respiratorie e sciogliere…ehm….il catarro, che mi rendo conto non è la cosa più adatta da citare in un post di cucina, ma tant’è.
Una volta trovai, non ricordo più dove, una ricetta facile che era un rimedio dolce per la tosse e mi pare utile condividerla:
Tagliare in due delle pere, togliere il torsolo e riempirle con un gheriglio di noce e un cucchiaino di miele. Cuocere a vapore per 15 minuti e mangiare calde.
Decisamente meglio di sciroppi e pastiglie mentolate, no?!

Vi lascio alla ricetta e vi ricordo il nostro contest, con protagoniste noci e nocciole, per il quale avete tempo fino al 30 Novembre:
Vi aspettiamo!!



@@@@@@@@



Ingredienti

Per la pasta:
250 g di farina
1 uovo
Circa mezzo bicchiere di acqua tiepida
1 cucchiaino di succo di limone
2 cucchiai di olio extravergine d’oliva
1 pizzico di sale


Per il ripieno:


3-4 pere medie, non molto mature (circa 400 gr  una volta sbucciate e private del torsolo)
130 g di cioccolato fondente
6 biscotti secchi (integrali ancora meglio!)
2 cucchiai di zucchero di canna
La scorza grattugiata di 1 limone + 2 cucchiai di succo

1 cucchiaino raso di zenzero
3 cucchiai di burro fuso

Per spennellare la superficie:

1 tuorlo d’uovo
1 cucchiaino di latte
1 cucchiaino di zucchero (semolato, non a velo!)

E ancora:
Zucchero a velo e gelato alla vaniglia per servire


Procedimento

Raccogliere in una ciotola la farina setacciata con il sale e unirvi l’uovo intero precedentemente amalgamato con 1 cucchiaino di succo di limone. Aggiungere anche l’olio e 3 cucchiai di acqua tiepida, amalgamando bene il tutto prima di incorporare la restante acqua. Impastare con cura, anche aiutandosi con (poca) altra farina, se necessario, fino ad ottenere una pasta liscia e morbida, da cui ricavare un panetto da lasciare riposare sotto una ciotola capovolta per circa mezz'ora.
Nel frattempo dedicarsi a preparare il ripieno sbucciando e affettando sottilmente le pere private del torsolo. Condirle con il succo, la scorza del limone, lo zucchero e lo zenzero e lasciatele riposare qualche tempo. Intanto raccogliere i biscotti in un sacchetto di plastica, il cioccolato in un altro e prenderli a colpi di matterello per sminuzzarli (il cioccolato richiederà più forza e ovviamente non si dovrà partire da blocchi di 1 etto l’uno…altrimenti tritarlo grossolanamente al coltello..)
Al termine di tutte queste operazioni riprendere la pasta, lavorarla velocemente e spianarla con cura cercando di ricavarne un bel rettangolo, che ovviamente non verrà mai. Quando si sarà raggiunta una forma accettabile e lo spessore della pasta sarà abbastanza sottile, sollevarla con attenzione aiutandosi con le mani infarinate e adagiarla su un foglio di carta forno (o due parzialmente sovrapposti qualora la forma fosse enorme: mi è capitato!).

A questo punto spennellare il rettangolo con il burro fuso lasciando tutto intorno un bordo di circa 2 cm, quindi cospargere la parte imburrata con i biscotti tritati.
Scolare le pere e disporre anche quelle sul rettangolo: completare il tutto con il cioccolato sminuzzato, ed eventualmente distribuirvi sopra altri fiocchetti di burro (io salto puntualmente questo passaggio).

Spennellare il bordo del rettangolo con acqua fredda e ripiegarlo su se stesso in modo da ottenere un rotolo che andrà sigillato esercitando una leggera pressione sui bordi esterni.
Si dovrà un po’ combattere con il ripieno che sguscerà via da ogni parte ma il rotolo alla fine, brutto/storto/di sguincio/bitorzoluto…in qualche modo, verrà!
a questo punto trasferirlo sulla placca da forno con tutta la carta e prima di infornare cospargerne la superficie con il tuorlo d’uovo diluito con il latte e spolverizzare con il cucchiaino di zucchero.
Cuocere in forno preriscaldato a 180° per circa mezz'ora o comunque fino a quando non avrà assunto un bell’aspetto dorato.


Togliere dal forno, lasciare intiepidire, cospargere eventualmente di zucchero a velo  e servire accompagnato da una pallina di gelato alla vaniglia.


venerdì 24 ottobre 2014

L'incompiuto dei miei viaggi

Il merito di questo tema originale e molto intrigante è tutto di Mamma Orsa Curiosona, che questo mese ospita la rubrica di Monica, Il senso dei miei viaggi.
Mi ha subito allettato l'idea, perchè pensandoci bene in realtà non esiste volta in cui io riparta da un posto senza pensare di essermi persa qualcosa.
La sensazione di incompiuto mi accompagna sempre, anche quando riesco a spuntare tutte le voci della mia lista di cose da vedere.
E il desiderio di tornarci (a parte rare eccezioni), per un motivo o per l'altro, si manifesta sempre.
Sarà per questo che, a parte la prima, sono stata piuttosto indecisa su quale esperienza raccontare. 
Ma alla fine, come sempre, scelgo d'istinto: le prime che mi vengono in mente.


1)Marrakesh: chi l’ha vista?



Marocco 2007, quarto e ultimo viaggio organizzato della nostra vita.
Tour operator –italiano- famoso e molto quotato.
Meta: il tour delle città imperiali. Gruppo nutrito e molto eterogeneo (fin troppo).
Una guida purtroppo demotivata e scontrosa, che rende il tutto ancora più snervante.
Una brutta intossicazione da acqua a metà settimana a completare il quadro.
Per fortuna abbiamo fatto in tempo a visitare Casablanca, Rabat, Fes, Volubilis e Meknes.
E l’ultima tappa, di 3 giorni fermi a Marrakesh risulta provvidenziale per ritirarci nella stanza d’albergo a smaltire la sbornia gastrointestinale e aspettare con ansia il momento di ripartire.
Della città riusciamo a (intra)vedere giusto la piazza più famosa, Djema el-Fna  quando, all’alba del terzo giorno, azzardiamo un’uscita fra una corsa in bagno e l’altra ma siamo costretti a tornare in albergo quasi subito per il caldo, la spossatezza, la nausea e la febbre che ancora non ci danno tregua.
E poi una farmacia dove cerchiamo di reperire antibiotici adatti (con bugiardino in arabo) e un supermercato dove facciamo scorta di acqua, tè e fette biscottate, sempre correndo.
L’esperienza è stata tremenda ma illuminante: della città non abbiamo visto nulla e purtroppo non ci ha lasciato nemmeno la voglia di tornarci. Ma in compenso, essendocela cavata da soli (anche nel reperimento del nominativo di un medico che poi per fortuna non abbiamo dovuto chiamare essendosi la febbre abbassata dai 40 gradi iniziali...), senza che il responsabile del gruppo si premurasse una sola volta di chiedere nostre notizie durante tutti e tre i giorni, abbiamo scoperto in quell’occasione che poteva non esserci questa grande differenza, in termini di sicurezza e aiuto, tra il viaggio di gruppo e quello in completa autonomia.
Da lì: la rivelazione e il via libera al fai da te, anche per i viaggi lunghi e articolati.
Della serie: non tutto il male viene per nuocere…

2) Barcellona: Casa Milà (la Pedrera)


Riusciamo a vedere quasi tutto quello che ci eravamo prefissati, di questa città: l’alloggio direttamente sulla Rambla ci aiuta non poco e incappiamo, per puro caso, perfino in una suggestiva processione pasquale del venerdì santo.
Riserviamo però incautamente all’ultima mattinata di permanenza la visita alla Pedrera, dopo che casa Battllò ce la siamo gustata appena arrivati.
E, ahimè, rimaniamo con un palmo di naso: la coda che si snoda davanti all’entrata è interminabile. I tempi di attesa stimati troppo lunghi per non rischiare di arrivare tardi in aeroporto.
Così, molto a malincuore, siamo costretti a rinunciare. Motivo per volerci assolutamente tornare, prima o poi.

3) Il mercato degli Amish a Philadelphia


Nel nostro secondo viaggio negli Stati Uniti (la East Coast a gennaio, con spostamenti in treno e aereo fra le varie città), includiamo una tappa di due giorni a Philadelphia quasi esclusivamente allo scopo di visitare il mercato degli Amish al Reading Terminal Market.
Dando per scontato che si svolga ogni giorno della settimana. Ma una volta sul posto scopriamo, con un certo disappunto, che mentre il mercato non ha giorni di chiusura, gli Amish sono presenti soltanto dal giovedì alla domenica.
E noi, naturalmente, abbiamo fissato la nostra permanenza martedì e mercoledì, con biglietto ferroviario e b&bdella tappa successiva già prenotati e senza possibilità di rimborso.

Mi consolo (almeno un po’) comprando spezie e attrezzi di cucina presso gli altri stand…


E voi? Cosa avete lasciato di incompiuto durante un viaggio?

Se avete voglia di partecipare, c'è tempo fino al 5 novembre: vi basterà scegliere tre foto che, anche simbolicamente, rappresentino la vostra esperienza; creare un post che abbia per titolo L'Incompiuto dei miei viaggi e lasciarne il link qua.

lunedì 20 ottobre 2014

Vecchi fidanzati ritornano - Pizzette allo yogurt


Ogni persona ha i suoi.
Ogni epoca storica pure.
Io, fra gli ‘80 e i ‘90 dello scorso secolo e del passato millennio, fresca quartina ginnasiale alle prese con i primi rudimenti di latino e greco, non sbavavo certo dietro a Cicerone, nemmeno a Catullo, tantomeno a Erodoto.
E del resto erano ancora inimmaginabili i tempi di Justin Bibier o degli One Direction.
Perfino quella che si era ripromessa di sposare Simon Le Bon era ancora di là da venire, percui io come idolo esclusivo, unico e insostituibile avevo nientedimeno che…
Eros Ramazzotti.
Chioma alla Branduardi, sguardo vagamento strabico, aria truce di chi della vita pare sapere già tutto, per il solo fatto di essere nato ai bordi di periferia, incarnava per me l’Uomo perfetto, quello per il quale sospirare, struggersi nel segreto delle proprie stanze e casomai morire pure di consunzione a ogni sua apparizione pubblica, che fosse Castrocaro o Festivalbar, seguita in religioso raccoglimento.
Per non sbagliare, non ne perdevo manco una.
Mi chiudevo in camera (sbattendo la porta, che nell’adolescenza funziona più che mai) e me la gustavo in silenzio e completa solitudine.
E in tempi in cui internet e la stampante ancora non esistevano, passavo il tempo a raccattare copie di Sorrisi e Canzoni TV, preferibilmente a casa di mia nonna (pure quando dovevano ancora essere letti), più altri giornali di gossip ovunque mi capitasse, comprese sale d’aspetto di studi medici e case-di-amiche-di-mamma, facendo man bassa di tutte le foto che lo ritraevano.
Strappando pagine senza remore, razziando copertine e poster in omaggio senza vergogna, in assoluta omertà o con la scusa che Tanto te che ce fai, no’(nna)?”
Avevo addirittura creato un album di foto, più artigianale che mai, che ripercorreva la sua storia da quando era in fasce.
Ritratto con il padre, con la madre, con tutti e due insieme, da solo, in compagnia, col fratello, l’amico del cuore, il vicino di casa, un passante messo lì a caso, un fan scatenato.
Riservando all’album il posto d’onore, sullo scaffale della libreria, accanto agli album di famiglia.
E squagliavo il tasto "pause" dello stereo per poter trascrivere tutti i testi delle canzoni, passandole in rassegna una per una.
Riempiendo diari e agende di parole, scarabocchi, adesivi, cuori, fumetti, ancora ritagli di giornale e tutto ciò che potesse servire ad alimentare la passione.
Poi, al culmine della follia amorosa, me ne andavo in giro, convinta e contenta, a dire..che era il mio fidanzato!
Ovviamente solo a chi non poteva minimamente mettere in dubbio la questione (e chiamare di conseguenza la Neuro), tipo mia cugina di una decina di anni più piccola.
Suggestionabile e facilmente intortabile, la quale naturalmente non perdeva occasione, dall’alto della sua ingenuità di bimba, di vantarsi con le amichette d’asilo, del fidanzato illustre della cugina.
Cugino acquisito pure lui, quindi.
La passione amorosa e la segreta liaison è andata avanti nella mia testa (e in quella dell'ignara infante) per un quinquennio buono, che allora l’adolescenza durava almeno fino ai 18 anni e le chat, i forum, gli stimoli virtuali non arrivavano a smantellare barbaramente certe convinzioni o a sgretolare senza pietà romantiche e innocenti fantasticherie.
Così, avevo agio di alimentare i miei sogni (e le false convinzioni della mia cuginetta) spingendomi sempre più in là, fino a immaginare perfino di affrontare il lungo e insidioso viaggio, dalla capitale fino a Passo Corese, dove il mio eroe aveva acquistato una villa con terreno tutto intorno per ospitarci anche il cavallo vinto a Sanremo dell’86.
Evento, peraltro, seguito (per la prima e unica volta nella mia vita), dalla sigla iniziale fino alla dichiarazione del vincitore, intorno alle due di notte, con conseguente e inevitabile sciroppamento di tutti gli altri cantanti in gara e ospiti intermedi.
Praticamente un suicidio con morte lenta.
Poi per fortuna la vita (mia, di mia cugina e dell’illustre parente acquisito) ha preso il suo corso (universitario, canoro e sentimentale). Una nuova e più matura (?) consapevolezza si è fatta strada in tutti noi, i nodi sono venuti al pettine e sui giornali è uscito che il tizio mi aveva ignobilmente tradita per sposarsi con una bionda e spumeggiante svizzera.
Ma si sa, certi amori non finiscono neppure davanti a una cruda evidenza.
Tanto che il giorno del sontuoso matrimonio, nel castello a due passi da casa mia, sono stata pungolata dalla tentazione, fortunatamente poi ricacciata indietro, di fare un salto a vedere.
Pur avendo ormai varcato la soglia dei 30 anni o giù di lì.
 E perfino adesso, che l’ex ragazzo di periferia è diventato un maturo signore della cui folta chioma non sono rimaste che rare tracce sale&pepe (ma con lo sguardo sempre strabico e la voce ancora vagamente nasale);
adesso che sono felicemente sposata;
adesso che anche la cuginetta (forse) ha preso coscienza dell'amara verità
…io non posso fare a meno, ogni tanto, di ripensare a quella passione.
E soprattutto a quel fidanzamento così perfetto e appagante, finito di botto,
chissà poi perché.

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Le ho viste da leiche a sua volta le aveva viste da un’altra, ma comunque ne è stata il tramite.
Queste pizzette: una scoperta, una rivelazione, il jolly da tirare fuori in qualsiasi momento.
Che una buona occasione si trova sempre.
Aperitivo, antipasto, buffet, pomeriggio di noia, botta di tristezza, desiderio di coccole, voglia di qualcosa di buono.
Veloci, pratiche, senza sbattimenti, impasti arzigogolati né panetti di lieviti che mannaggia non ce l’ho.
Io, dopo averle provate in tutte le salse, non posso più farne a meno. E già dalla primissima volta ne ho fatta una dose doppia, che tanto non bastano mai! (Grazie Claudia!!)


Ingredienti (per circa 30 pizzette)
2 yogurt bianchi interi da 125 gr
2 vasetti di farina
1 cucchiaino raso di sale

per condire:
passata di pomodoro
origano o basilico
Fiori di zucca
Alici
Mozzarella
Patate
Rosmarino
Sale 
Olio extravergine d’oliva


Preparazione:
In una ciotola impastare lo yogurt, il sale e la farina fino ad ottenere un composto omogeneo e non appiccicoso (aggiungere eventualmente altra farina fino a quando non si attaccherà più alle dita e diventerà lavorabile.
Stendere l'impasto su un piano infarinato in uno spessore sottile e ricavare dei dischetti comn un coppapasta o il bordo di una tazzina. Adagiare le pizzette su una teglia foderata di carta forno, condire a piacere. Io ho fatto:
-pomodoro a pezzetti e origano
-pomodoro, basilico e olio frullati
-patate e rosmarino
-fiori di zucca mozzarella e alici

Cospargere con un pizzico di sale e un filo d’olio e infornare a 200° per circa 12/15 minuti, o finché saranno dorate. 




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